“Per troppa luce”, la bellezza suprema della narrazione

“Per troppa luce”, la bellezza suprema della narrazione

E’ uno scultore della lingua, Livio Romano. Plasma interi mondi di parole per farne commedia e in quegli universi il lettore affonda e si perde, travolto da una straordinaria piena di immagini, vocaboli, flussi interiori che sono magma incandescente di sconcertante attualità, le cui trame vengono intessute con maestria.

Si resta folgorati da Per troppa luce, il suo ultimo romanzo edito da Fernandel. Al centro della narrazione “un tentativo di mettere la mani sulla costa, erigendo un luna-park inutile e totalmente avulso da quella che è la storia e la cultura del Salento.”, come spiega lo stesso autore in un’intervista ai microfoni di “Quante Storie” Rai3.

Un romanzo di corruzione e malaffare, di battaglie in difesa del territorio e di coraggiose resistenze. E d’amore, quello di Simona e Antonio, avvocato e ispettore del lavoro, che s’innamorano e si vivono fin dove è possibile la loro storia. Un sentimento che non viene archiviato, ma conserva un senso nell’imperfetto trascolorare del tempo, al di là di avventure carnali consumate altrove.

“Ti prometto che non bruceremo tutto per troppa luce, che questo fuoco non arderà come un falò di sterpi.”

Si ha bisogno di leggerlo e rileggerlo, perché quando ti trovi davanti la pagina di uno Scrittore che sa usare la penna come una lama, puoi solo inchinarti davanti alla sua potenza espressiva, che è incisione aperta sulle labbra dell’ immaginario segreto del lettore.

 “Per troppa luce” è un libro che scuote e percuote, affascina e fa riflettere, come solo le grandi opere possono fare. Fin dall’incipit si ha la certezza di trovarsi davanti ad un prodigio di originalità e vigore, che fagocita gli occhi e ferma il respiro, nel frenetico susseguirsi di visioni che si fanno carne e altro non sono che la realtà filtrata dall’occhio geniale dell’autore.

“Verso la fine di febbraio del 2010, per sei volte di seguito i confettati incisivi superiori di Giuseppe Ratzinger si fecero largo nel crespo della bocca per guadagnare l’aria, afferrare il labbro inferiore, colà adagiarsi lieti. Pure, le inquadrature comprendevano il resto della faccia, i piccoli occhi cerchiati, i capelli lisci e appena untuosi, e le susine lattee, imperlate, che le zanne stesse, nell’atto dell’erompere, lavoravano a formare sulla cima delle gote.”

Un’opera in cui il dialetto è lingua che rende i personaggi vivi e sembra di vederli agire, agitarsi, imprecare, fuggire, adescare, amare come si amano Antonio e Simona: è allora che il anche sesso diventa espressione primordiale del trasposto irrinunciabile delle coppie nascenti.

Richiede impegno leggere Livio Romano, perché come tutte le grandi cose delle vita, non c’è conquista che sia degna di questo nome se è facile e banale. Una vertigine immergersi nella lettura, un viaggio in un universo parallelo in cui un coro di personaggi interpreta a suo modo lo spartito della vita.

“Caraccio ha di recente provato ad allungare le mani sulla nuova tv proponendo a Nardelli una spin off, ma l’ingegnere gli ha risposto amabilmente di prendere quest’arnese del quale non conosce il significato e di spalmarselo nel retto.”

Sotto il perbenismo di facciata dell’immobile e sonnacchiosa provincia del Sud, la Neripoli di Livio Romano è sfrenatamente libertina e nasconde covi di faine disposte a tutto per il Dio denaro ed eserciti di donnette avvezze a sorridere ai potenti di turno. E proprio quando la pagina ci lascia basiti, ci rendiamo conto che il mondo che ci viene sbattuto in faccia, tra schizzi di sperma e illustri imbrogli, è proprio quello che vorremmo non sapere che esiste, restando sotto la campana di vetro.

“Simona non era proprio entusiasta di dover prima o poi giacere con la diavola, eppure anche lei si sentì per qualche giorno attraversata da una smania nuova, che non provava da quando, da ventenne, i fidanzati le esprimevano questa voglia di divorarla nel senso proprio di mangiarla, masticarla, sbafarla smembrandola, divorati a loro volta com’erano dal noto picco ormonale che già verso i trenta digrada portando la gran parte dei maschi a credersi stalloni superbi dopo un’onesta doppietta d’un paio d’ore.”

Scrittore è colui solleva la campana di vetro anche alle fatine fuori tempo massimo, come me, e sa sconvolgere con le parole. Tutto il resto sono esercizi di stile di gente che sogna pagando stampatori.

Ai lettori veri piacciono i libri (veri).

Chapeau, Livio.

 

Foto di Sara De Carlo

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Maria Pia Romano

Maria Pia Romano è nata a Benevento nel 1976, è iscritta all’Albo dei giornalisti dal 2000. Collabora con testate regionali e nazionali e si occupa di comunicazione pubblica e comunicazione scientifica, uffici stampa e organizzazione di eventi.

Ha all’attivo quattro raccolte di poesie, “Linfa” (LiberArs, 1998), “L’estraneo” (Manni, 2005), “Il funambolo sull’erba blu”, (Besa 2008) e “La settima stella” (Besa 2008) e i romanzi “Onde di Follia” (Besa 2006), “L’anello inutile” (Besa 2011-2012-215), che ha ottenuto le Tre penne di Billy il Vizio di leggere, Rai 1, e finalista Premio Nabokov; “La cura dell’attesa” (Lupo 2013), vincitore Premio Libriamola 2013, Premio Carver, Premio Il Tombolo Città di Cantù e Premio Città di Mesagne, finalista Premio Essere Donna Oggi 2016; e “Dimmi a che serve restare” (Il Grillo editore 2015).

Ha ricevuto riconoscimenti in campo nazionale e internazionale per i suoi lavori. Le sue poesie sono inserite nel Museo della Poesia di Perla Cacciaguerra a Cesa. È stata tradotta da Amina Di Munno e Cassio Junqueira per il festival della letteratura italiana in Brasile del 2011.

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