Salento Rock, andati via prima di salutare

Salento Rock, andati via prima di salutare

Ci sono compagni di viaggio che incroci per caso, in un giorno distratto di una settimana qualunque, e diventano i tuoi migliori amici. Così è mi accaduto con le pagine di Salento Rock – Andati via prima di salutare, romanzo di Francesca Malerba edito dalla piccola e splendida casa editrice salentina Kurumuny.

Un libro che è stato per me un pugno nello stomaco e amore a prima vista, fin da quando ho letto nel prologo: “Quando il Salento non era il paese dei balocchi,/ solo il mare ti poteva curare.”.

 

Il titolo mi induceva a pensare a storie di giovani andati via da questa terra per cercar fortuna altrove, probabilmente musicisti, o comunque con una colonna sonora potente a scandire il ritmo, per trovare il coraggio di lasciare questo posto troppo bello e troppo ai margini. Mi sbagliavo.

E’ un libro sull’amicizia e sull’energia positiva che vien fuori, nonostante tutto, in un tempo in cui si amò la vita amoreggiando con la morte. Erano gli anni ’90 in un Salento che ancora non era preso d’assalto dai vacanzieri d’agosto. Gli anni in cui sono cresciuta io, come Francesca, l’autrice.

Anni raccontati con coraggio e freschezza, da una penna capace di sorprendere e incantare, con naturalezza.

 

Quelli che vanno via senza salutare sono giovani che prendono strade diverse dalle rotte che un genitore vorrebbe. “Espugnati dalla noia”, dice Francesca. Universi silenziosi, che si dipanano paralleli alla normalità ostentata da una cittadina che vuole salvare le apparenze. E così a Galatina, paese di quasi trentamila abitanti ad una ventina di chilometri da Lecce, il perbenismo di facciata di chi vuol far finta che tutto vada bene, si scontra con l’attivismo di chi vuole cambiare lo stato delle cose. C’è Don Tonino che esorta a vivere, perché “sotto il faro è sempre buio”. La speranza è luce.

 

Lo sconcertante fascino del viaggio indotto dall’eroina conquista chi meno te lo aspetti, in questo romanzo corale, in cui ti affezioni ai personaggi, magistralmente legati dal filo rosso delle emozioni.

Un libretto universitario dimenticato nel cassetto, una nonna minacciata di morte per avere i soldi, una chitarra appena al chiodo: difficile spiegare, si può solo lasciare che il racconto ti entri nell’anima.

Ognuno ha la sua storia, sembrano piccoli microcosmi spersi nel magma denso del non ritorno, poi ti accorgi che sono tutti legati in una galassia di follia e alienazione, dalla quale qualcuno si salva e narra, a modo suo, la vita di chi cade e si rialza. C’è chi si ritrova dopo vent’anni “cristallizzata in una bolla ideologica d’amore, passione, di lotta”, ed è allora che è più bella che mai.

 

Con un ago in vena qualcuno ha perso il senso del tempo e è si trovato a stravolgere la propria esistenza di figlio di una terra di periferia. Di fronte al mostro non cambia molto se tu sia figlio del primario o ragazzo di umili origini: conta solo il tempo che ti separa dalla prossima dose, la ricerca del denaro necessario, il senso di impotenza che ti prende e non ti lascia più. E non fa distinzione di provenienza: annienta indistintamente. Inutile fingere di non vedere, ostinandosi a credere che siano storie lontane: riguardano tutti.

 

Eppure, come dice la stessa autrice: “Non è la droga la protagonista di questo romanzo. Sono i giovani di vent’anni fa. Due generazioni di ragazzi che si muovono in un Salento in cui arcaico e moderno sono ancora strettamente intrecciati, pur negandosi l’un altro. Gli stessi disagi, reazioni e destini diversi. Il punk rock e il grunge. La passione e il disimpegno. Le regole e la trasgressione. La siringa e la chitarra, o tutte e due.”

 

Avevo un amico ai tempi del liceo: un ragazzo bello e intelligente. Amava la politica e i libri, uscivamo con la vespa e correvamo liberi. Non mi ha mai detto che si bucava. In gita scolastica ebbe dei problemi con la polizia alla frontiera, qualche indagine e mi disse che era tutto risolto.

E’ morto a Bologna qualche anno dopo, di overdose, si chiamava Gabriele, come uno dei personaggi di questo Salento Rock che mi ha sconvolta e commossa.

 

Grazie Francesca!

 

Maria Pia Romano

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Maria Pia Romano

Maria Pia Romano è nata a Benevento nel 1976, è iscritta all’Albo dei giornalisti dal 2000. Collabora con testate regionali e nazionali e si occupa di comunicazione pubblica e comunicazione scientifica, uffici stampa e organizzazione di eventi.

Ha all’attivo quattro raccolte di poesie, “Linfa” (LiberArs, 1998), “L’estraneo” (Manni, 2005), “Il funambolo sull’erba blu”, (Besa 2008) e “La settima stella” (Besa 2008) e i romanzi “Onde di Follia” (Besa 2006), “L’anello inutile” (Besa 2011-2012-215), che ha ottenuto le Tre penne di Billy il Vizio di leggere, Rai 1, e finalista Premio Nabokov; “La cura dell’attesa” (Lupo 2013), vincitore Premio Libriamola 2013, Premio Carver, Premio Il Tombolo Città di Cantù e Premio Città di Mesagne, finalista Premio Essere Donna Oggi 2016; e “Dimmi a che serve restare” (Il Grillo editore 2015).

Ha ricevuto riconoscimenti in campo nazionale e internazionale per i suoi lavori. Le sue poesie sono inserite nel Museo della Poesia di Perla Cacciaguerra a Cesa. È stata tradotta da Amina Di Munno e Cassio Junqueira per il festival della letteratura italiana in Brasile del 2011.

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