Il primo giorno di scuola

Il primo giorno di scuola

Si riaprono i cancelli, ricomincia il fervore in quella grande palestra che è la scuola. Si potrebbero dire un mare di banalità, esortando allo studio che fa crescere. Io tesserò un elogio della disubbidienza, che detto da un’ex secchiona non pentita, può essere singolare.

La ripresa settembrina dell’attività scolastica spazza via il tempo lento dell’estate, per proclamare un inno al dovere che mi ha sempre intriso lo sguardo di una tristezza velata. Studiare mi è sempre piaciuto, eppure quello strappo dai miei mondi immaginari, quelli che ti portano via e ti fanno sentire altrove con la testa, è sempre stato, per me, una meschina violenza. Io che ho sempre amato snocciolare le ore dilatando istanti, tra musica e pagine di storie, ho odiato con tutta me stessa ogni genere di campanella, con la presunzione di scandire il mio tempo.

C’erano ore inutili. Ce n’erano altre dolcissime che avrei voluto non finissero mai. Non è stato facile nascondere la mia intolleranza alle prime, mentre non mi sono mai preoccupata di celare il mio amore per le seconde. Ogni materia si prendeva sempre la sua rivincita: se mi annoiavo con le ore di latino, poi a casa venivo folgorata dalle poesie di Catullo e le leggevo di notte, imparandolo a memoria senza che mi fosse richiesto.

Chi non ama le imposizioni, si ritrova a cercare la bellezza in una vita underground.

Chi ama scegliere da solo i propri libri e i gli amici con cui fantasticare, non può che sentirsi “stretto” in un universo di programmi ministeriali che troppo spesso risultano noiosi, forse solo perché sono calati dall’alto. Le pagine lette in classe non hanno mai avuto, per me, il fascino delle letture clandestine, tuttavia ho imparato ben presto a reprimere la mia insubordinazione alle regole scritte dai grandi, per diventare apparentemente una mansueta allieva per il circo dei docenti. Quelli stralunati mi sono sempre stati più simpatici; quelli che adoravo erano gli acuti, capaci di infondere la voglia di sapere; quelli che non ho mai sopportato erano i diligenti, che inseguivano la perfezione, senza conoscere i colori dell’ironia.

In apparenza mi lasciavo addomesticare, in realtà loro spiegavano e io tessevo trame dei miei mondi segreti. Con selvaggia ostinazione li coltivavo dentro di me. E questo, credetemi, ha un fascino innegabile. Ci vuole tenacia e costanza nel vivere una vita di studio parallelo, eppure aggrapparsi alle proprie ore di studio, una volta finite quelle “ufficiali”, può regalare grandi soddisfazioni. La prima è la consapevolezza di vivere un’altra vita, che i grandi non conoscono.

Se le ragazzine oggi si fanno “stappare” in primo superiore per sentirsi fighe, io direi che quella non è disubbidienza, ma omologazione al finto mito della disinvoltura. Oggi disubbidire, forse, sarebbe evitare di sballarsi il sabato sera e di stare sempre connessi sui social, per leggere un libro in più. Uno di quelli che si scelgono per la copertina e il titolo, magari, solo per il piacere di leggere.

E vedere film in lingua originale di notte. E scrivere poesie sui muri del cesso. E tenere blog di racconti con uno pseudonimo.

La scuola è un’occasione. Solo chi è furbo da imparare quanto più possibile, senza annoiarsi mai, sarà un adulto con la curiosità negli occhi e non una pecora in coda all’ipermercato.

Maria Pia Romano

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Maria Pia Romano

Maria Pia Romano è nata a Benevento nel 1976, è iscritta all’Albo dei giornalisti dal 2000. Collabora con testate regionali e nazionali e si occupa di comunicazione pubblica e comunicazione scientifica, uffici stampa e organizzazione di eventi.

Ha all’attivo quattro raccolte di poesie, “Linfa” (LiberArs, 1998), “L’estraneo” (Manni, 2005), “Il funambolo sull’erba blu”, (Besa 2008) e “La settima stella” (Besa 2008) e i romanzi “Onde di Follia” (Besa 2006), “L’anello inutile” (Besa 2011-2012-215), che ha ottenuto le Tre penne di Billy il Vizio di leggere, Rai 1, e finalista Premio Nabokov; “La cura dell’attesa” (Lupo 2013), vincitore Premio Libriamola 2013, Premio Carver, Premio Il Tombolo Città di Cantù e Premio Città di Mesagne, finalista Premio Essere Donna Oggi 2016; e “Dimmi a che serve restare” (Il Grillo editore 2015).

Ha ricevuto riconoscimenti in campo nazionale e internazionale per i suoi lavori. Le sue poesie sono inserite nel Museo della Poesia di Perla Cacciaguerra a Cesa. È stata tradotta da Amina Di Munno e Cassio Junqueira per il festival della letteratura italiana in Brasile del 2011.

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