Picciridda, la semplicità che tocca il cuore

Picciridda, la semplicità che tocca il cuore

La distanza è amara e pesa sul cuore, quando vorresti un abbraccio e ti ritrovi solo a immaginarlo. Col passare dei giorni si sfocano i volti, i timbri delle voci, eppure resta l’amore che non si sgretola, ma svetta fiero sulle montagne delle mancanze e sulle matasse sgangherate dei pensieri, a legare indissolubilmente i genitori e i figli. Per la vita.

“Quando l’amore è vero, non ci si sogna di metterlo alla prova. Per cosa, poi? L’amore è un privilegio per puri.”

 

Con garbo e semplicità, come è nel suo stile, Catena Fiorello con Picciridda regala al folto pubblico dei suoi affezionati lettori una storia autentica da portare nel cuore. Un viaggio profumato di zagare, che accarezza e commuove. E’ stato il suo primo libro e da poco è stato ripubblicato, in una nuova versione, per la casa editrice Giunti.

 

Sono gli anni ’60 a Leto, paesino di pescatori tra Messina e Catania: una bambina figlia di emigranti si ritrova a vivere con la nonna, la Generala, mentre i suoi vanno a cercare fortuna in Germania e a lei restano i giorni da far passare, tra la scuola e le piccole faccende domestiche, in attesa di riabbracciare i familiari.

La piccola si sente a casa affondando i piedi nella sabbia, in attimi rubati, perché il suo non è ozio da turista, ma oasi ritagliata di nascosto dal tempo normale, che è fatto di ordinaria fatica. Lucia ha il mare dentro, da sempre, e stare accanto alle onde le fa fare pace col mondo.

“Io, inutile dirlo, sarei rimasta lì ore e ore con i piedi nella sabbia a respirare l’odore del nostro mare. La sabbia calda: niente altro mi dava più conforto.”

 

Alla Picciridda ci si affeziona dalle prime pagine, iniziando a partecipare alla sua storia con sincero trasporto.

Il ritmo lento iniziale introduce il lettore nella storia intensa di una ragazzina di pochi anni che vede i suoi genitori e il fratellino partire per la Germania, in cerca di lavoro. Lei resta con la nonna, la signora Maria Amoroso, donna forte e coraggiosa, capace di sfidare i pregiudizi di un piccolo paese del Sud, in cui le è toccato in sorte di nascere e vivere.

“Non piangevi mai, nonna. Guardavi le fotografie senza fare una smorfia. Eri solita dire che il tempo è galantuomo, e a te doveva più di un favore.

Per ultima c’ero io, che aspettavo sempre allo stesso modo. Da quel pomeriggio al binario, vivevo un’assenza che mi distruggeva, e il mio sguardo era perennemente rivolto a nord, lontano lontano, in un posto chiamato Mimancano.”

 

La piccola Lucia, la Picciridda, vive il distacco dalla sua famiglia come un trauma silenzioso, che le sfonda l’animo di notte e ancor di più nel giorno di Natale, quando la distanza sembra infinita e l’assenza dei suoi cari diventa macigno sul cuore. L’amata nonna si sforza di ripeterle che è giusto che siano andati lì a lavorare, che non si può scendere al Sud per le feste di Natale perché bisogna mettere i soldi da parte. Eppure Lucia vive il suo complesso universo interiore di dolore e distacco, nel quale il lettore entra in punta di piedi.

“Capita a volte di diventare gelosi delle proprie sofferenze, come se solo il condividerle con gli altri pregiudicasse una parte della loro importanza.”

 

 

C’è tutta la freschezza di una bimba innocente che si dispone alla vita in queste pagine. Ci sono i suoi grovigli di pensieri e la sua schiettezza disarmante, ci sono le sue supposizioni e le sue difficoltà, nell’affrontare una situazione che si trova costretta ad accettare, suo malgrado.

“Mi faceva sempre un certo effetto pensare ai miei genitori che dalla Germania inviavano i loro vaglia postali. Una traccia, seppur cartacea, del loro amore.”

 

In Sicilia non c’era lavoro e i suoi dovevano pur campare, così il padre, spinto dalle insistenze della nonna, decide di partire alla volta della Germania in cerca di lavoro.

Alla piccola Lucia viene prospettata la possibilità di avere una casa tutta per loro, eppure, per quanto allettante, la cosa le sembra sproporzionatamente dolorosa perché di mezzo c’è una lontananza che fa venire le lacrime.

“E così mi domando oggi: con quale valore economico potremmo tradurre quei sacrifici affrontati dai miei, e da qualche altro milione di persone, in quegli anni disperati? E il dolore di lasciare la propria casa, il paese in cui erano nati e le piccole certezze conquistate? E tutto in silenzio, badando bene a dare il meno fastidio possibile.”

 

C’è l’universo degli emigranti, un popolo intero che si è armato di coraggio ed è partito, un mondo di eroi senza nome, che hanno scritto con dignità e sacrificio la storia di questo Paese, rimboccandosi le maniche e chiudendo in un cassetto l’amore per la propria terra.

“Mio fratello frequentava una scuola italiana, e i suoi compagni erano quasi tutti siciliani, calabresi e pugliesi- evidentemente la povertà era una prerogativa del Meridione. Come l’abitudine a stare tutti insieme, a mo’ di ghetto, o di rifugio di anime in pena.”

 

C’è la vita del Sud, con il suo ritmo lento e il suo mare bello, che conquista i turisti per un mese all’anno, quando anche i posti più poveri si mettono l’abito della festa e si preparano ad accogliere i vacanzieri desiderosi di immagini da cartolina, da stampare per addolcire l’inverno nel Continente.

Un Sud in cui le donne tessevano trame antiche, facendo finta di essere remissive per rivelarsi poi le artefici di un destino segreto, in cui si deve tenere fede al gioco delle parti per spuntarla.

“Toccava sempre ai maschi l’ultima parola, persino su quello che avevano già deciso le mogli. Un principio complicato, che la nonna mi aveva spiegato alla meglio tempo prima, ed era come un gioco di prestigio dove molti mariti credevano di essere indispensabili, ma poi era sempre la moglie a comandare in silenzio.”

 

C’è la Poesia, che si ascolta e si vive sulla pelle, senza bisogno di spiegare.

Perché quello che arriva al cuore non passa quasi mai per la testa.

“La nonna non sempre capiva il significato di tutte le parole, e nemmeno io, ma la luna piena e l’odore di gelsomino colmavano le nostre lacune, rendendoci comunque felici.”

 

E c’è la vita che si svela in tutta la sua crudezza, all’improvviso.

La picciridda non era preparata alle schegge sul viso, che fanno male e lasciano il segno per sempre.

Nessuno di noi lo è, nonostante qualcuno ci abbia messo in guardia per tempo, così come a lei lo aveva detto la nonna, una donna inaspettatamente capace di tutto pur di difendere i suoi amori:

“La vita, niputeddra mia, è una lotta continua. Pigghierai sempre mazzate. Per questo devi avere spalle larghe e cuore duro.”

 

L’amore è un privilegio per puri.

Me lo hai spiegato tu, in questo libro bello che non lo dimenticherò, Catena.

Me lo ripeterò per la vita, amica mia.

 

Solo se hai l’amore dentro puoi donarlo agli altri.

E tu inondi tutti noi che ti leggiamo di amore. La luce vera che hai dentro ti vibra negli occhi, ti fa condividere sorrisi e dispiaceri con incantevole naturalezza nella grande Babele dei social e, soprattutto,  illumina la tua scrittura, rendendola carezza lieve.

 

Le tue pagine un dono sincero per chi ha fame di storie, di bellezza, di bontà, di cose belle.

E da oggi questa picciridda me la porterò dentro anch’io.

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Commenti
  • Antonella Caputo

    Grazie del consiglio 🙂

    • Maria Pia Romano

      grazie a te 🙂

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Maria Pia Romano

Maria Pia Romano è nata a Benevento nel 1976, è iscritta all’Albo dei giornalisti dal 2000. Collabora con testate regionali e nazionali e si occupa di comunicazione pubblica e comunicazione scientifica, uffici stampa e organizzazione di eventi.

Ha all’attivo quattro raccolte di poesie, “Linfa” (LiberArs, 1998), “L’estraneo” (Manni, 2005), “Il funambolo sull’erba blu”, (Besa 2008) e “La settima stella” (Besa 2008) e i romanzi “Onde di Follia” (Besa 2006), “L’anello inutile” (Besa 2011-2012-215), che ha ottenuto le Tre penne di Billy il Vizio di leggere, Rai 1, e finalista Premio Nabokov; “La cura dell’attesa” (Lupo 2013), vincitore Premio Libriamola 2013, Premio Carver, Premio Il Tombolo Città di Cantù e Premio Città di Mesagne, finalista Premio Essere Donna Oggi 2016; e “Dimmi a che serve restare” (Il Grillo editore 2015).

Ha ricevuto riconoscimenti in campo nazionale e internazionale per i suoi lavori. Le sue poesie sono inserite nel Museo della Poesia di Perla Cacciaguerra a Cesa. È stata tradotta da Amina Di Munno e Cassio Junqueira per il festival della letteratura italiana in Brasile del 2011.

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