“Nere” di Salvatore Negro, una poesia per denunciare la violenza sulle donne

“Nere” di Salvatore Negro, una poesia per denunciare la violenza sulle donne

Una donna è invecchiata custodendo il peso atroce di una violenza. Era bambina quando le camicie nere violentarono lei e sua madre, lasciandola stesa su un letto come una bambola di pezza. Quel ricordo non deve morire con lei. Rosetta ha affondato per anni le sue lacrime nelle trasparenze dello Ionio, ora sente che è il momento di parlare, squarciando il muro di omertà che regna in Paese, dove chi ha sempre saputo tace e lei ha consumato silenziosamente l’esistenza, in una piccola casa di pietra affacciata su quel mare che, in un modo o nell’altro, è stato l’unica salvezza possibile.

Tratto da una storia realmente accaduta a Gallipoli nel 1942, “Nere”, l’ultimo cortometraggio del regista gallipolino Salvatore Negro è un lavoro di intensità sconcertante, che lascia il segno, invitando alla riflessione sulla violenza sulle donne di ogni tempo. Terminato ad ottobre, è pronto per partecipare a festival e rassegne in Italia e all’estero.

“Nere” sono le camicie che fanno irruzione nella piccola casa gallipolina, nere sono le donne in volto dopo la violenza, nere le ore del tempo che sembra essersi fermato sugli istanti della crudeltà bestiale, che trancia i sogni a una bambina di pochi anni e diventa tormento per un’esistenza intera.

Un pugno nello stomaco, come solo le grandi opere d’arte sanno essere, quest’ultimo lavoro di Salvatore Negro, che è nato da una lettera denuncia scritta da una donna di ottant’anni e pubblicata dal periodico gallipolino “Piazzasalento” nel 2015: “Quel Ferragosto del ’42 che non dimenticherò mai. Per giustizia, non deve scomparire con me”.

Il corto si apre con un flashback intriso di poesia e si snoda per quasi quindici minuti tra sguardi carichi di dolore troppo a lungo taciuto e ghigni beffardi di maschi schifosi, che violano la sacralità della casa per abusare di una madre e una figlia.

Una bambina spettinata intona un canto lieve alla sua bambola: c’è una mestizia avvolgente nello sguardo perso della bimba e nella tenda di lino che fa da sfondo ad uno struggente “grazie mamma”, forse perché i puri di cuore riescono a vedere il lato bello delle cose e sanno ringraziare per la semplicità di un piccolo dono. Potrebbe essere un delicato quadro familiare, se dall’altra parte non ci fosse una madre dal volto tirato e insofferente, intenta a cucire con rabbia per non urlare.

La bimba è cresciuta e invecchiata, ma non per le rughe intorno agli occhi, quanto per il macigno che ha portato sul cuore per l’intera esistenza, una vita che si è consumata a forza di silenzi e di memorie, in quella Gallipoli dal mare di cristallo, dove i farabutti hanno fatto fortuna occupando posti di potere e lei, Rosetta, è rimasta ai margini, facendo di uno scoglio un appiglio discreto per non annegare nel dolore sordo che rimbomba nel petto nonostante siano passati gli anni.

Lo sguardo perso nel vuoto di Rosetta adulta, che si ritrova tra quattro mura e non trova pace, rivela tutta l’umana e profonda partecipazione del regista al dramma che si è consumato. E’ in una lacrima trattenuta e nei lineamenti induriti dal tempo e dal dolore, che si vede aggirarsi lo spettro della violenza, che è un mostro senza tempo e senza volto, e che oggi più che mai sentiamo attuale.

I personaggi vivono negli sguardi e nelle risate beffarde, che dicono più di mille parole. I dialoghi sono in dialetto gallipolino: la lingua vera, quella che viene dal cuore. Perché in altro modo non si potrebbe parlare, non si potrebbe dire il dolore, quello vero, non filtrato dal setaccio grossolano della formalità.

Il corto è realizzato in collaborazione con Cani Sciolti Produzioni. Tra gli interpreti principali: Paola Tricarico, Carmenada Macchitella, Olly Arcorese, Maria Rosaria Trianni, Alessio Fasano, Paride Napolitano, Mattia De Noto, Roberto Bellarmino, Marco Ferilli, Michele Abbate, Emanuele Notaro, Michele Solidoro.

Operatore di macchina e montaggio: Francesco Corchia; direttore della fotografia Cosimo Fiore; fonico e presa diretta Gianluca Farina; tema musicale Mimì Petrucelli; fotografo di scena Giuseppe Capraro; costumi Susanna D’Amato; scenografia Federica Grasso, arredamento Marcello Grasso, segretario di edizione Stefano Minisgalli.

 

Maria Pia Romano

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Maria Pia Romano

Maria Pia Romano è nata a Benevento nel 1976, è iscritta all’Albo dei giornalisti dal 2000. Collabora con testate regionali e nazionali e si occupa di comunicazione pubblica e comunicazione scientifica, uffici stampa e organizzazione di eventi.

Ha all’attivo quattro raccolte di poesie, “Linfa” (LiberArs, 1998), “L’estraneo” (Manni, 2005), “Il funambolo sull’erba blu”, (Besa 2008) e “La settima stella” (Besa 2008) e i romanzi “Onde di Follia” (Besa 2006), “L’anello inutile” (Besa 2011-2012-215), che ha ottenuto le Tre penne di Billy il Vizio di leggere, Rai 1, e finalista Premio Nabokov; “La cura dell’attesa” (Lupo 2013), vincitore Premio Libriamola 2013, Premio Carver, Premio Il Tombolo Città di Cantù e Premio Città di Mesagne, finalista Premio Essere Donna Oggi 2016; e “Dimmi a che serve restare” (Il Grillo editore 2015).

Ha ricevuto riconoscimenti in campo nazionale e internazionale per i suoi lavori. Le sue poesie sono inserite nel Museo della Poesia di Perla Cacciaguerra a Cesa. È stata tradotta da Amina Di Munno e Cassio Junqueira per il festival della letteratura italiana in Brasile del 2011.

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