“Nella perfida terra di Dio”: un indimenticabile viaggio nella Puglia di Omar

“Nella perfida terra di Dio”: un indimenticabile viaggio nella Puglia di Omar

Sia ben chiaro: chi mette piede Nella perfida terra di Dio, dopo non sarà più lo stesso. Tornare quelli di prima, dopo un’esperienza di ammaliante intensità come questa, resta solo miraggio per sprovveduti.

Il titolo lo annuncia, la copertina lunare col greto di Cellina di Luca Campignotto lo lascia presagire, la potenza sconcertante della lingua lo conferma fin dalle prime righe: siamo in un altro mondo, un universo parallelo ancestrale e rude, lontano dall’immagine rassicurante della Puglia da cartolina con i cieli azzurri e il mare cristallino che piace ai turisti d’agosto.

L’ultimo romanzo di Omar di Monopoli, edito da Adelphi, squarcia ogni umana sicurezza e, aprendo orizzonti devastati e devastanti, carica il lettore di quella  e primordiale speranza che apre il cuore, quando si incontra lo Scrittore puro.  Ogni vocabolo è misurato e pesato, quel tanto da colorare la narrazione di tinte fosche, come solo a Omar è concesso di fare.

“Dal golfo soffiava l’eco di una tempesta sul mare e un grigio sigillo di cumulonembi era giunto da sudovest ad annerire il crepuscolo. L’aria, ancora calda come un braciere, si smembrava e precipitava svagando ovunque sentori di ozono e argilla bagnata.”

Una scrittura che si fa carne e sa macchiarsi di sangue, mischiandosi al nero, pur restando poesia ai margini di un tempo lento e maledetto, in cui l’unica redenzione possibile resta un grilletto non premuto, per  un uomo che si è perso altrove, lontano dai figli e da una terra intrisa di veleni e straziata dal malaffare. Per poi tornare, quando nessuno se lo aspetta.

Quando il latitante Tore della Cucchiara ricompare nella sua Rocca Bardata, immaginario paese del Salento tra Taranto e Brindisi, anche i suoi stessi figli sembrano non volerlo più, fermamente convinti che quell’uomo sia portatore unicamente di guai. Il minore neanche lo riconosce.

“Pure se la cosa ti sfastidia, sentenziò l’uomo allungandosi a disarmarlo con un gesto reciso eppoi liberatosi della doppietta tra le frasche a bordo del sentiero, io e te l’ istesso sangue teniamo. E’ bene che te ne fai capace.

Si può sapere chi è sto minchione? S’approssimò Michele grattandosi una natica. (…)

Ma che? Papà nostro è? Domandò alla fine in uno iato.

L’altro si limitò ad annuire.”

La scrittura di Omar di Monopoli è immersione indimenticabile in un Salento del quale non vorremmo neanche immaginare l’esistenza, eppure ci troviamo catapultati in questa narrazione sublime che ci risucchia, con le sue girandole di parole, aggettivi deliranti, termini dialettali che sembrano impastati con la stessa terra rossa dei luoghi di Puglia che descrive.

Due sono i piani narrativi: il “prima” e il “dopo”, che all’inizio frastornano il lettore, poi lo conducono verso la conclusione, che, come nei migliori romanzi, si stringe ad imbuto in un crescendo vertiginoso di emozioni, scandite da un ritmo narrativo sostenuto, che dà corpo alla caleidoscopica sfilata di personaggi che si agitano sulla scena.

E sembra di vederli, i brutti ceffi che popolano questa terra a Sud dei Santi, terra di spari, di roghi, di morti ammazzati, di atroci vendette, di ciarlatani vestiti da santoni, di suore corrotte oltre ogni limite, in cui l’unica religione possibile resta il profitto degli scellerati, ai danni dei pochi stupidi che restano a marcire, mangiando i frutti di una terra coltivata col sudore, rimestando zolle e scorie tossiche.

“Arrivò in groppa al Cagiva sputacchiante del suo socio, incipriando di dervisci di polvere finissima la viottola che conduceva alla catapecchia del guaritore. L’estate salentina arrancava in oro liquefatto colando sui campi granata ai lati del podere, e Tore, la maglietta già grondante per il caldo, parcheggiò la moto nei pressi di una mangiatoia per polli arrugginita, sotto il baldacchino di una coppia di giuggioli.”

 Chi calca la perfida terra che si apre a ventaglio sotto i piedi, leggendo queste pagine, sente accapponarsi la pelle per la crudezza raccapricciante di alcune atmosfere, ma poi non può che inchinarsi di fronte alla maestria di una delle penne più dotate della letteratura italiana. Un lessico incredibile orchestra visivamente ogni situazione, e la pagina diventa pellicola in cui gli unici effetti speciali sono le parole.

“Quando le autorità ebbero espletato tutte le procedure previste, lasciandolo solo e ribollente d’ira, l’uomo al pari d’un vitello marchiato a fuoco, s’abbandonò a un lungo terribile urlo che non sembrò minimamente scuotere né glorificare la squassata fissità di quel microscopico lembo della perfida terra di Dio. Rimase tutto tale e quale, e alla fine il silenzio senza peso del tempo calò unanime e indifferente a riguadagnare il proscenio.”

 Western pugliese, dice qualcuno. Noir mediterraneo, dicono altri.

Capolavoro, dico semplicemente io.

 

Maria Pia Romano

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Maria Pia Romano

Maria Pia Romano è nata a Benevento nel 1976, è iscritta all’Albo dei giornalisti dal 2000. Collabora con testate regionali e nazionali e si occupa di comunicazione pubblica e comunicazione scientifica, uffici stampa e organizzazione di eventi.

Ha all’attivo quattro raccolte di poesie, “Linfa” (LiberArs, 1998), “L’estraneo” (Manni, 2005), “Il funambolo sull’erba blu”, (Besa 2008) e “La settima stella” (Besa 2008) e i romanzi “Onde di Follia” (Besa 2006), “L’anello inutile” (Besa 2011-2012-215), che ha ottenuto le Tre penne di Billy il Vizio di leggere, Rai 1, e finalista Premio Nabokov; “La cura dell’attesa” (Lupo 2013), vincitore Premio Libriamola 2013, Premio Carver, Premio Il Tombolo Città di Cantù e Premio Città di Mesagne, finalista Premio Essere Donna Oggi 2016; e “Dimmi a che serve restare” (Il Grillo editore 2015).

Ha ricevuto riconoscimenti in campo nazionale e internazionale per i suoi lavori. Le sue poesie sono inserite nel Museo della Poesia di Perla Cacciaguerra a Cesa. È stata tradotta da Amina Di Munno e Cassio Junqueira per il festival della letteratura italiana in Brasile del 2011.

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