“Nel nome di ieri”, l’opera dell’anno secondo i presìdi del libro

“Nel nome di ieri”, l'opera dell'anno secondo i presìdi del libro

Ci sono libri che si fanno leggere e poi ci chiamano ancora, per essere riletti: restano con noi nel tempo, lasciandosi amare. I libri che io torno a cercare periodicamente sono pochi, una decina al massimo: sono quelli che porterei con me su un’isola deserta, per farmi accarezzare dalla bellezza delle parole, dalla densità della scrittura, dalla potenza delle storie.

 

Due di questi libri sono ambientati nel Salento e se il primo, “L’Ora di tutti” di Maria Corti, è stato una scoperta che ho fatto a tredici anni e non me ne sono mai separata, l’altro è un mio compagno di viaggio solo da un paio d’anni ed è appena stato decretato Libro dell’Anno dei Presidi del Libro: Nel nome di ieri di Giuseppe Cristaldi, edito da Besa nel 2015.  Un romanzo di delirante intensità, capace di risucchiare il lettore nel Sud lento e primitivo di Claudia e Sciffì, due ragazzi come tanti, con il cuore gonfio di aspettative, il presente sgangherato tirato a lucido impastando progetti e speranze di futuro, le mani indurite dal lavoro e lo sguardo addolcito da acerbe promesse d’avvenire, chiuse in un bacio.

 

Una pizzeria diventa il centro del mondo di questa coppia che vuole semplicemente crescere insieme e mette in comune pochi soldi e una manciata di sogni ad occhi aperti, con lo sguardo aperto su orizzonti che sembrano infiniti. Claudia e Sciffì, tutto il loro mondo appare circoscritto in una precisa misura di tempi e di luoghi, poi accade quello che nessuno vorrebbe mai accadesse. Resta una storia premuta sulle teste dei tavianesi e pagine che segnano la letteratura di queste terre sonnolente, perse ai margini delle stagioni.

 

Era troppo presto per andare via, Claudia, questo lo sanno tutti, più di tutti lo sa Sciffì: lu sciroccu ‘mputtanutu ti arruffava capelli e pensieri e tu non hai messo in conto che potesse arrivare lo sgambetto bastardo della vita a mandarti all’aria il futuro.

 

Chi resta accarezza fili di memoria e cerca una medicina per andare avanti, perché il ricordo dell’incidente sulla stradina che collega i paesi di Matino a Taviano, ha tranciato l’avvenire di una ragazza e non ci si rassegna mai all’assenza di chi non c’è più. Sciffì intesse un canto di amore e morte in pagine di rara bellezza, in cui si rivela tutta la bravura di uno degli scrittori più talentuosi del nostro tempo.

“Come è vero che ci stanno i macelli per animali e uomini, così, anche se in pochi lo sanno, esistono i macelli per i ricordi. Solo che questi hanno regolamenti che non stanno scritti da nessuna parte, manco sull’intonaco. In questi la mannaia ha tutta una capu sua.”

 

E’ sconcertantemente dotato Giuseppe Cristaldi: riesce a modulare il registro verbale dei personaggi rendendoli di carne e a mischiare, con leggerezza senza pari, una vibrante poesia che si snoda per immagini, alla durezza scontrosa delle esistenze del Sud, capaci di svelare la profondità del sentimento nell’immediatezza delle espressioni dialettali, che non lasciano scampo a fraintendimenti.

Anche chi non conosce la lingua salentina, s’immerge nella storia e partecipa con commozione autentica alla vicenda dei protagonisti, che parlano a modo loro, eppure sanno farsi capire.

E’ in quest’alfabeto di suoni che si svela l’umana e profonda partecipazione dell’autore alla storia, che prende spunto da una vicenda realmente accaduta.

 

Un libro bellissimo. Il libro che avrei voluto essere capace di scrivere io.

 “Possedeva ancora quell’ingenuità ammuffita, quella verginità degli atti. Il bianco l’aveva intaccata con cautela tale da impreziosirla. Le labbra si erano ammorbidite un pochino e quasi tradivano il passato. Tuttavia, in quel suo universo di piccole cose, il tempo era un’idea insignificante.”

Ho pianto lacrime amare leggendo questa storia.

E piangere fa bene, perché ci riporta al nucleo primordiale delle nostre emozioni.

 

Il tuo libro mi ha aiutato, Giuseppe: ogni volta che sto male cerco pagine vere, che sappiano dirmi che c’è un senso a questo andare, quando un senso davvero non riesco a trovarlo, nella vita e nell’inchiostro.

 

“I sogni ci sono per tutti, sono sempre a portata te manu. Si mettono lì, tra le nuvole e aprono la bocca per l’amo giusto, un pensiero, un’idea, l’uncino che li tragga prepotentemente in terra. I sogni non sono un cazzo senza l’uomo, e così l’uomo senza i sogni. Una parte si nutre dell’altra nella misura di una magia che si vorrebbe infinita.”

Hai ragione Giuseppe, i sogni ci sono per tutti. Per chi ha la tenacia di non mollare. Per chi ha l’umiltà di credere di averne sempre bisogno.

Eppure io non ti auguro oggi di avere sogni: quelli ti attraversano da sempre lo sguardo, ogni volta lo stupore ti nasce dentro. I sogni ti hanno scandito il tempo, per farne rumore di gabbiani e metronomo capovolto. Il tuo tempo dell’anima, si fa dono di scrittura per noi.

 

Io oggi ti auguro di far viaggiare i tuoi sogni lontano. Sempre più lontano.

Che ci siano le tue pagine in quest’Italia che è troppo macelleria e poco terra di Poeti. Che ci sia tu, libero navigante sui mari immaginati. Che ci sia tu tra le mani dei lettori.

Abbiamo bisogno di Scrittura e Poesie. E di sogni.

 

Maria Pia Romano

© Riproduzione Riservata
Tags

Maria Pia Romano

Maria Pia Romano è nata a Benevento nel 1976, è iscritta all’Albo dei giornalisti dal 2000. Collabora con testate regionali e nazionali e si occupa di comunicazione pubblica e comunicazione scientifica, uffici stampa e organizzazione di eventi.

Ha all’attivo quattro raccolte di poesie, “Linfa” (LiberArs, 1998), “L’estraneo” (Manni, 2005), “Il funambolo sull’erba blu”, (Besa 2008) e “La settima stella” (Besa 2008) e i romanzi “Onde di Follia” (Besa 2006), “L’anello inutile” (Besa 2011-2012-215), che ha ottenuto le Tre penne di Billy il Vizio di leggere, Rai 1, e finalista Premio Nabokov; “La cura dell’attesa” (Lupo 2013), vincitore Premio Libriamola 2013, Premio Carver, Premio Il Tombolo Città di Cantù e Premio Città di Mesagne, finalista Premio Essere Donna Oggi 2016; e “Dimmi a che serve restare” (Il Grillo editore 2015).

Ha ricevuto riconoscimenti in campo nazionale e internazionale per i suoi lavori. Le sue poesie sono inserite nel Museo della Poesia di Perla Cacciaguerra a Cesa. È stata tradotta da Amina Di Munno e Cassio Junqueira per il festival della letteratura italiana in Brasile del 2011.

Utenti online