Se mi tornassi questa sera accanto, un romanzo di rara bellezza

Se mi tornassi questa sera accanto, un romanzo di rara bellezza

Uno scrigno di infinita grazia e rara bellezza, che racchiude la suggestione toccante delle storie che arrivano al cuore, parlando sottovoce. Se mi tornassi questa sera accanto è l’ultimo libro di Carmen Pellegrino, edito da Giunti: una storia familiare, narrata con inusitato candore e capace di toccare le corde dell’anima di chi dipinge le assenze diluendo pensieri d’acqua dolce e inchiostro.

 

Il romanzo prende il titolo da un verso di Alfonso Gatto e nella sinfonia segreta di distanze cercate e vicinanze laceranti, intesse la trama di un sofferto e prezioso dialogo interiore tra un padre e una figlia, che si amano disperatamente, anche se non sanno dirlo e si ritrovano ad affidare messaggi al fiumeterra. Lettere racchiuse in bottiglie e gettate nell’acqua dolce, con l’ingenua speranza che la corrente possa portarle a destinazione.

 

Nora e Giosuè, la figlia Lulù: un piccolo cosmo di amore fortissimo e disarmante, attorno al quale si snoda una storia che è essa stessa poesia. L’amore imperfetto delle anime semplici da cui fuggire per poi tornare ancora, perché si torna sempre a casa. In un modo o nell’altro. Il disperato attaccamento alla vita.

Gli abbracci mancati e i messaggi nella bottiglia. Come naufraghi su isole deserte.

 

Solo il fiume, che li guarda vivere, con la loro adorabile umanità, sa che per trovarsi avranno bisogno di tempo, il tempo che ci vuole per tradurre l’inchiostro in vita. Accadrà in un tempo non scritto, forse.

 

“Se mi tornassi questa sera accanto”: come un’invocazione, una preghiera, una speranza, diventa la voce del lettore, che si ritrova egli stesso a parlare al fiume, come se lo conoscesse da sempre. Il fiume che fà da sfondo e riflesso alle fantasticherie dei puri e regala isole negli occhi di chi sa figurarsi fioriture irreversibili. Quel fiume che con le sue piene si gonfia d’amore trattenuto troppo a lungo, è grembo liquido che accoglie e salva, senza chiedere nulla in cambio.

Lulù è la figlia devota, che sa donarsi senza riserve al mondo dei grandi, scoprendo troppo presto che amare può essere doloroso e a volte anche una bambina può fare da madre alla madre.

Per uno strambo gioco del destino, i ruoli s’invertono ma lei sembra non rendersene conto ed ama senza riserve. Così come fa Giosuè, sognatore di mondi perfetti, che sa restare tutta la vita accanto alla donna che ha sposato. Nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia. Perché una promessa è una promessa e l’amore è tutto lì, da vivere negli occhi di chi abbiamo scelto. Non si mette in discussione un Si. Mai. Nemmeno di fronte ai cambiamenti che sconvolgono chi amiamo.

 

L’amore cambia e ci cambia ogni giorno, eppure Giosuè resta lì, innamorato di una donna magica, che parla ai morti degli altri e scrive storie deliranti, dopo essere andata al funerale degli sconosciuti, forse perché è nel sentire vicino il dolore degli altri, che le nostre pene ci sembrano più lievi.

 

Nora cerca nelle vite della gente la consolazione alle sue inquietudini inconfessabili e scrive pagine che nasconde agli sguardi degli altri, ma che la figlia troverà.

 

Lulù ha circumnavigato il cuore con l’acqua del fiumeterra nelle tasche, che il suo amore non ha fatto mai asciugare, ed è tornata all’acqua dolce perché ha capito che solo lì poteva in qualche modo sentirsi a casa. Ha conosciuto Andreone e si è fatta accogliere, perché le solitudini di fiume sanno riconoscersi senza dire troppe parole. “Sono Lulù Pindari, Signore.”

Il mondo per Giosuè, il papà che si fa chiamare per nome, inizia e finisce nella sua terra degli Appennini, dove scorre il fiume. Del fiume si si può fidare, perché non è troppo grande come il mare: il fiume sa dispensare doni agli uomini che sanno stargli accanto.

 

In questo libro c’è la schiettezza disarmante della gente degli Appennini, che impara a bastarsi da sé e conosce il ritmo antico delle stagioni sui monti, dove gli alberi hanno la loro voce e il vento scivola sui pendii, a disegnare sentieri immaginari, per i viaggiatori senza età, che sognano un altrove di luoghi, dove tutto possa essere bello. E questi sogni diventano ricette potenti per farsi piacere la vita, accettando il dolore possibile.

 

A volte l’amore è troppo grande perché si possa tradurre in abbraccio e si fugge dal livello più prossimo alla pelle del cuore, per fingere di poterne fare a meno. E’ così che l’amore diventa silenzio, lacrima, distanza. Perché le persone che amiamo possono farci star male più di tutti gli altri e solo l’amore è la più grande e perfetta follia che Dio abbia mai inventato per l’Uomo in terra.

Nelle parole delle lettere affidate al fiume, c’è tutta la storia dell’amore matto e disperato di una piccola famiglia, che sentiamo vicina. Nostra.

 

Solo chi ama veramente ha forza di credere nella potenza dei sogni e il fiumeterra consegnerà i messaggi nelle bottiglie. Avverrà, ne siamo certi anche noi, che abbiamo imparato ad amare questi personaggi, pagina dopo pagina, senza che si sforzassero di piacerci.

 

Abbiamo abbracciato di notte la loro tristezza e l’abbiamo fatta nostra, per tutte le volte che ci siamo sentiti soli, per tutte le volte che solo l’acqua ha potuto accoglierci.

 

“La solitudine è bella, ma abbiamo bisogno di qualcuno a cui dire che la solitudine è bella”.

Io l’ho detto a Lulù, in una notte in cui ho pianto da sola.

Quando nessuno vedeva il colore delle mie lacrime, lei c’era.

 

Solo il mio mare e il tuo fiumeterra lo sanno, amica mia.

 

Maria Pia Romano

© Riproduzione Riservata
Tags

Maria Pia Romano

Maria Pia Romano è nata a Benevento nel 1976, è iscritta all’Albo dei giornalisti dal 2000. Collabora con testate regionali e nazionali e si occupa di comunicazione pubblica e comunicazione scientifica, uffici stampa e organizzazione di eventi.

Ha all’attivo quattro raccolte di poesie, “Linfa” (LiberArs, 1998), “L’estraneo” (Manni, 2005), “Il funambolo sull’erba blu”, (Besa 2008) e “La settima stella” (Besa 2008) e i romanzi “Onde di Follia” (Besa 2006), “L’anello inutile” (Besa 2011-2012-215), che ha ottenuto le Tre penne di Billy il Vizio di leggere, Rai 1, e finalista Premio Nabokov; “La cura dell’attesa” (Lupo 2013), vincitore Premio Libriamola 2013, Premio Carver, Premio Il Tombolo Città di Cantù e Premio Città di Mesagne, finalista Premio Essere Donna Oggi 2016; e “Dimmi a che serve restare” (Il Grillo editore 2015).

Ha ricevuto riconoscimenti in campo nazionale e internazionale per i suoi lavori. Le sue poesie sono inserite nel Museo della Poesia di Perla Cacciaguerra a Cesa. È stata tradotta da Amina Di Munno e Cassio Junqueira per il festival della letteratura italiana in Brasile del 2011.

Utenti online