“Magari domani resto”, una storia che fa bene al cuore

"Magari domani resto", una storia che fa bene al cuore

Ci sono libri che diventano buoni compagni di viaggio semplicemente perché parlano al cuore, raccontando le storie della gente comune. Gente che va avanti ogni giorno facendo i conti con le proprie imperfezioni e imparando ad accettare la propria normalità, che è un lenzuolo steso al sole ad asciugare nei giorni ventosi dell’insofferenza, eppure resta un rifugio consueto nelle notti di sempre.

Così sono i romanzi di Lorenzo Marone: parlano di noi con autenticità e per questo si fanno amare. Il suo ultimo Magari domani resto edito da Feltrinelli, è una bella storia ambienta a Napoli, di cui si respirano i colori e la vivacità, la sfrenata solarità e l’irriducibile folklore. Con sorprendente capacità di caratterizzazione dei personaggi, l’autore rende protagonista del suo romanzo una donna partenopea, Luce, avvocato praticante che va al lavoro in Vespa.

“Qui i divieti non sono visti di buon occhio, al più si accettano i suggerimenti.

Siamo a Napoli, Quartieri Spagnoli.

Io vivo qui.

Il mio nome è Luce.

E sono donna.”

Luce ispira subito simpatia. Suo padre è andato via di casa senza un perché, lasciandole un vuoto dentro che negli anni lei non è riuscita a colmare. Ha una laurea a pieni voti, ma deve accontentarsi di stare in uno studio dove non è valorizzata e subire le angherie del suo capo, che ci prova in modo sfacciato. Vive da sola in un appartamento dei Quartieri Spagnoli e mangia tutti i giorni a casa del suo anziano vicino di casa, Don Vittorio. Un musicista che ora è costretto a vivere sulla sedia a rotelle e che dispensa parole di rara intensità, a chi sa apprezzarle.

Luce vive nella Napoli dei Quartieri Spagnoli, un universo a sé, che forse solo chi vive può capire fino in fondo. “La vita qui è come un rubinetto che gocciola, non vale la pena intervenire finché la perdita non ti costringe a restare sveglio di notte.”

Perle di saggezza partenopea, di cui è infarcito tutto il romanzo, che scorre lieve, pur addentrandosi in atmosfere dialettali che, se da una parte rendono vivi i personaggi, dall’altra potrebbero rallentare la lettura a chi non è nato all’ombra del Vesuvio.

Il suo compagno fedele è Alleria, detto anche Cane Superiore, che sembra l’unico in grado di capirla e starle vicino senza deluderla, come invece ha fatto il genere umano maschile. Archiviata una storia d’amore con il bastardo di turno, Luce si dispone alla vita con la mesta rassegnazione di chi non ha più vent’anni e ha visto le proprie aspettative in parte deluse.

“Quello che ci manca, tutto quello che può farci sentire meglio, è racchiuso in questa piccola parolina che un cane conosce molto meglio di noi: attenzioni.”.

Luce tuttavia conserva una freschezza interiore che arriva intatta al lettore, che inizia a fare il tifo per lei, perché la avverte come un’anima bella, che ha diritto alla sua fetta di gioia. Di benessere condiviso che sappia di rivalsa, verso le ombre del passato.

“Gli avrei volentieri chiesto se lui per caso abbia idea di dove vadano a finire tutte le vite che sarebbero potute nascere dagli amori non vissuti, da questi incontri appena sfiorati. Se esita da qualche parte, un luogo magico abitato da storie mai iniziate.”

Quando l’esistenza mette Luce di fronte ad una situazione che la tocca nel profondo, la causa per l’affidamento di un minore, il piccolo Kevin, la donna si riscopre capace di una caparbietà inaspettata. E’ allora che Luce diventa con slancio un faro nell’oscurità, rendendo finalmente onore al suo cognome, Di Notte,  e si dimostra capace di essere semplicemente se stessa e non quello che gli altri vorrebbero che fosse.

E’ nel suo interfacciarsi, a volte impacciato, a volte grintoso, con la vita che il lettore sente vicina questa protagonista e impara a volerle bene, partecipando emotivamente alle sue sofferenze e alle sue palpitazioni. E si rallegra insieme a lei per i momenti di inattesa felicità, nel mezzo di una cena familiare in cui si respira un profondo, vero, senso di casa, che è il luogo che accoglie.

“E allora io ballo fino in fondo con te, vecchio amico mio, ballo con questa specie di famiglia improvvisata, e ballo anche con la vita, che a volte sa essere signora e si mette lì ad aspettare paziente che tu la smetta di fare ammuina prima di invitarti, infine, a danzare con lei.”

E’ tutto qui il senso di un lungo romanzo che si legge agevolmente, lasciando scorrere le pagine come carezze del tempo, nelle ore di lettura e silenzio, in cui ci si immagina Luce e Alleria, i suoi dialoghi da femmena verace, le sue facce stralunate, le sue lacrime trattenute, i suoi baci indecisi, perché chi è stato troppo tempo da solo, a volte, ha paura di credere alla felicità.

Che sia lieto il tempo di restare, dunque, a chi ha il coraggio di ripartire da luoghi consueti, con rinnovati sguardi d’amore verso il mondo intorno.

Con grazia, sempre.

 

Maria Pia Romano

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Maria Pia Romano

Maria Pia Romano è nata a Benevento nel 1976, è iscritta all’Albo dei giornalisti dal 2000. Collabora con testate regionali e nazionali e si occupa di comunicazione pubblica e comunicazione scientifica, uffici stampa e organizzazione di eventi.

Ha all’attivo quattro raccolte di poesie, “Linfa” (LiberArs, 1998), “L’estraneo” (Manni, 2005), “Il funambolo sull’erba blu”, (Besa 2008) e “La settima stella” (Besa 2008) e i romanzi “Onde di Follia” (Besa 2006), “L’anello inutile” (Besa 2011-2012-215), che ha ottenuto le Tre penne di Billy il Vizio di leggere, Rai 1, e finalista Premio Nabokov; “La cura dell’attesa” (Lupo 2013), vincitore Premio Libriamola 2013, Premio Carver, Premio Il Tombolo Città di Cantù e Premio Città di Mesagne, finalista Premio Essere Donna Oggi 2016; e “Dimmi a che serve restare” (Il Grillo editore 2015).

Ha ricevuto riconoscimenti in campo nazionale e internazionale per i suoi lavori. Le sue poesie sono inserite nel Museo della Poesia di Perla Cacciaguerra a Cesa. È stata tradotta da Amina Di Munno e Cassio Junqueira per il festival della letteratura italiana in Brasile del 2011.

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