“L’amore che mi resta”, un viaggio intenso nella vita

“L’amore che mi resta", un viaggio intenso nella vita

Si può odiare un libro, tanto da volerlo chiudere dopo le prime dieci pagine, poi continuare la lettura e finire per innamorarsene? Si, accade, proprio come per i grandi amori: odio a prima vista e poi fiori d’arancio. A me è successo con L’amore che mi resta, di Michela Marzano, Einaudi.

Un libro intenso come pochi, scritto con infinita grazia e profondo amore per la vita. L’autrice affronta con coraggio temi complessi, addentrandosi in seducenti viaggi introspettivi: la perdita di chi amiamo, l’adozione, la solitudine di chi vaga nel nulla espanso di chi resta. “E’ questa la vita, Giada, questa mancanza, questo sconforto che diventa una slavina, rabbia e paura, dolore cieco. Questo vuoto che l’amore non colma, anche se l’amore è necessario.”

 

In punta di piedi, Michela Marzano entra nel cuore della storia e ci offre il cuore stesso dei suoi personaggi, che si denudano davanti al lettore per accarezzarlo e fargli capire che in questa disperata, imperfetta, umana corsa verso il domani, non siamo soli: in qualche angolo di mondo, magari proprio accanto a noi, ci sono persone che stanno attraversando lo stesso buio.

 

La sua non è solo pregevole abilità narrativa, è dono sovrumano di farsi portatrice di storie, quelle che parlano al cuore. Sono poche, ma quelle vere, poi te le porti dentro per tutta la vita. Così come i grandi amori.

 

“La vita non ci appartiene, accade.”  E’ questa convinzione l’appiglio discreto che ci tiene in vita, quando il dolore è una morsa che toglie il respiro. Chi sopravvive costruisce altari di ricordi per continuare ad amare in religioso silenzio l’assente: vorrebbe ridargli vita con un soffio di fiato e gli si rivolge in uno straziante e bellissimo monologo, sgocciolante di amore puro. Non far uscire quelle lacrime e riprendere la vita sarebbe un torto troppo grande alla memoria di chi non c’è più col corpo, eppure vibra nell’anima di chi è rimasto da solo.

 

Quando sembrano non esserci fari, è allora che i naviganti dispersi nel mare oscuro del lutto, trovano il conforto della parola.

“C’è chi sostiene che il linguaggio sia nato proprio per esprimere il dolore. Finché non si trovano le parole per dirlo, finché non lo si nomina, il dolore devasta. Ci vuole una parola, anche una sola, per riuscire a dare una forma a ciò che si prova.”

 

Michela Marzano chiama le cose col loro nome, senza paura. I suoi personaggi non hanno niente da perdere e si mostrano in tutta la loro sconcertante autenticità: accanto a loro, quando si guardano allo specchio, ci siamo noi. E’ allora che noi diventiamo loro, nel miracolo che fa vivere al lettore altre vite possibili.

“Di fronte alla morte di una persona cara non si tratta solo di fare i conti con la realtà, riconoscendo ciò che si è perso, ma anche di accettare la fine della promessa di tutto ciò che si sarebbe potuto o voluto vivere con chi non c’è più.”

 

Quando questi personaggi vogliono stare da soli, rifiutano l’aiuto possibile e fuggono dal resto del mondo con palese insofferenza, solo a noi lettori è concesso il privilegio di entrare nella loro stanza.

“La vita per lui continua, continua per tutti: è la cosa che tollero di meno.”

Nel commovente dialogo che la mamma intesse con la figlia che non c’è più, c’è tutta la disperata umanità di chi si ostina a cercare un perché, come se in qualche modo unire i tasselli potesse lenire l’orrore per la quella voce che non ascolteremo mai più.

 

“E’ sempre la stessa litania, ogni giorno, ogni persona: hai figli? Quanti figli hai? Si dovrebbero vietare certe domande. Oscene. Irricevibili. Indipendentemente dai figli che hai o che non hai, che hai perso e non hai ancora, che hai amato o hai subito.”: quando ho letto queste frasi ti ho amata proprio, Michela. E non conta perché, conta solo il fatto che io sono diventata in quell’istante la tua Daria.

 

L’amore che mi resta, dici tu Michela.

La scrittura che verrà, penso io. Perché la scrittura diventa luce per chi sa.

E il sole s’incolla sulle labbra dei vivi.

La ricchezza deve essere condivisa e gli spruzzi d’inchiostro che sanno farsi schiaffo e carezza densa  che ci doni, ogni volta, davvero sono più preziosi dell’oro.

 

Cosa resta quando non hai più niente da perdere?

Un viaggio nell’essere umano, dico io. E per me questo viaggio si chiama libro.

 

Maria Pia Romano

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Maria Pia Romano

Maria Pia Romano è nata a Benevento nel 1976, è iscritta all’Albo dei giornalisti dal 2000. Collabora con testate regionali e nazionali e si occupa di comunicazione pubblica e comunicazione scientifica, uffici stampa e organizzazione di eventi.

Ha all’attivo quattro raccolte di poesie, “Linfa” (LiberArs, 1998), “L’estraneo” (Manni, 2005), “Il funambolo sull’erba blu”, (Besa 2008) e “La settima stella” (Besa 2008) e i romanzi “Onde di Follia” (Besa 2006), “L’anello inutile” (Besa 2011-2012-215), che ha ottenuto le Tre penne di Billy il Vizio di leggere, Rai 1, e finalista Premio Nabokov; “La cura dell’attesa” (Lupo 2013), vincitore Premio Libriamola 2013, Premio Carver, Premio Il Tombolo Città di Cantù e Premio Città di Mesagne, finalista Premio Essere Donna Oggi 2016; e “Dimmi a che serve restare” (Il Grillo editore 2015).

Ha ricevuto riconoscimenti in campo nazionale e internazionale per i suoi lavori. Le sue poesie sono inserite nel Museo della Poesia di Perla Cacciaguerra a Cesa. È stata tradotta da Amina Di Munno e Cassio Junqueira per il festival della letteratura italiana in Brasile del 2011.

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