La Zattera, storie di call center

La Zattera, storie di call center

Le letture sono come le storie d’amore: alcune iniziano per gioco, non ci scommetteresti nulla, poi ti accorgi che si incidono nel cuore. E iniziano a far parte di te. Così è stato per me con La Zattera di Fulvio Colucci, Il Grillo editore: un libro sottile, dalla copertina colorata, che ho preso per mano nelle mie ore serali rubate allo studio, più per curiosità che altro. Ho notato subito quanto fosse ben scritto: un uso attento e misurato della lingua gli ha conferito immediatamente dignità e carattere, eppure il mio impulso è stato quello di chiuderlo e fare finta che quel libro non fosse mai esistito. Invece l’ho ritrovato sul comodino al mattino e mi sono attardata ad osservarlo e sfogliarlo; la sera stessa quel libro mi ha chiamata. Perché è così, i libri ci chiamano: sanno aspettare il loro momento meglio degli uomini, eppure sanno anche sussurrare sottovoce che hanno qualcosa da dirci. E così è stato ancora una volta un tuffo nelle storie di Fulvio, che mi ha commossa e mi ha regalato la consapevolezza che le nostre piccole storie di precari sull’orlo di una crisi di nervi, un po’ si somigliano tutte.

 

Sono andata fino in fondo, con avidità e mi sono dissetata dalle voci di un popolo di caparbi sognatori in cui c’è chi, come me, dice “studiavo il sabato e la domenica. Alla vigilia degli esami anche rientrando dal lavoro. La sera, dopo il call center ero stanca. Trovavo, tuttavia, dentro di me la carica. Mi davo forza, dicendo a me stessa: fai di più, ogni giorno: lì non puoi rimanere.”.

Quante volte io mi sono data quella carica?

Quante volte io ho sollevato per aria le mie ambizioni, covando in segreto la speranza di un avvenire migliore?

Quante volte ho avvertito la stanchezza bruciante e le palpebre pesanti, eppure non ho chiuso i miei libri per apprendere quanto più potevo?

Io rifiutavo questo libro perché, ora lo so, parla anche di me e racchiude tutto quello che non voglio sentirmi dire, io che a questo dannato Sud ci sono legata come a un padre e una madre con cui litigare, ma da amare disperatamente. Io che resto tenacemente aggrappata alle mie passioni, oggi come ieri, perché sento che in un modo o nell’altro mi salveranno da un mondo che non vede i colori.

 

“La zattera” mi ha regalato il conforto di accorgermi che dalle nostre isole solitarie di precari che annaspano vedendo passare gli anni e contando le nostalgie, vogliamo tutti la stessa cosa. Tutti: l’immigrata, la madre di famiglia, l’aspirante giornalista, il cantante lirico, la coppia divisa tra call center e acciaieria. Vogliamo veder riconosciuta la nostra dignità di lavoratori, per aggiustarci il ritmo del respiro, nelle notti insonni in cui i conti non tornano e l’alba è lontana.

La nostra bellezza è qui: nel dover racimolare i soldi per arrivare a fine mese e nel dover rinunciare alle cene al ristorante, imparando ad essere felici semplicemente per una giornata iniziata bene, o per un rinnovo di due mesi di un lavoro che in fondo non ci piace più, ma è l’unica cosa che abbiamo.

Ci chiediamo tutti la stessa cosa: cosa sarà di noi? Come faremo ad andare avanti? C’è chi rinuncia ad avere figli come me, perché non ha abbastanza coraggio per sfidare la sorte, c’è chi si spacca la schiena per sopportare i turni di un lavoro che sembra un approdo sicuro quando arriva il contratto a tempo indeterminato, eppure resta una giungla in cui è difficile resistere.

 

Che ne sarà di noi, precari con molti sogni che si sono dovuti adattare ad una flessibilità che è solo una colossale presa per il culo?

Non abbiamo le risposte, ma c’è chi, come Fulvio, sa usare la penna come una spada e affonda nel midollo marcio di questa società. E’ per questo che “La zattera” brucia sulla pelle e fa male: un libro intenso come pochi, che in poche pagine ci regala uno spaccato profondo e veritiero di quello che siamo, noi naufraghi in cerca di approdi autentici, per costruire case che non siano d’argilla.

Intanto navighiamo, scambiandoci sorrisi mesti: non c’è bisogno di parlare, ci riconosciamo senza presentazioni, guardandoci l’un l’altro con occhi lucidi, aperti su orizzonti incerti.

E siamo ancora qui, ad imbrattare muri di colori, nei nostri sogni ingenui, ma ora abbiamo un piccolo e coraggioso libro nella borsa, che ci parla al cuore. Come solo le cose vere sanno fare.

 

Maria Pia Romano

6 ottobre 2015

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Maria Pia Romano

Maria Pia Romano è nata a Benevento nel 1976, è iscritta all’Albo dei giornalisti dal 2000. Collabora con testate regionali e nazionali e si occupa di comunicazione pubblica e comunicazione scientifica, uffici stampa e organizzazione di eventi.

Ha all’attivo quattro raccolte di poesie, “Linfa” (LiberArs, 1998), “L’estraneo” (Manni, 2005), “Il funambolo sull’erba blu”, (Besa 2008) e “La settima stella” (Besa 2008) e i romanzi “Onde di Follia” (Besa 2006), “L’anello inutile” (Besa 2011-2012-215), che ha ottenuto le Tre penne di Billy il Vizio di leggere, Rai 1, e finalista Premio Nabokov; “La cura dell’attesa” (Lupo 2013), vincitore Premio Libriamola 2013, Premio Carver, Premio Il Tombolo Città di Cantù e Premio Città di Mesagne, finalista Premio Essere Donna Oggi 2016; e “Dimmi a che serve restare” (Il Grillo editore 2015).

Ha ricevuto riconoscimenti in campo nazionale e internazionale per i suoi lavori. Le sue poesie sono inserite nel Museo della Poesia di Perla Cacciaguerra a Cesa. È stata tradotta da Amina Di Munno e Cassio Junqueira per il festival della letteratura italiana in Brasile del 2011.

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