“La vita in comune”, la tragedia diventa commedia

“La vita in comune”, la tragedia diventa commedia

Un film poetico e ironico, in cui il dialetto orchestra i tempi della narrazione e il mare è il grembo materno al quale si torna per attingere armonia. Resta una manciata di versi a fare compagnia agli uomini, a trattenere la memoria delle cose, a diventare visione anche per chi non sapeva di poter trovare conforto nelle parole.

 “La vita in comune”, l’ultimo film di Edoardo WinspearePremio della Federazione Italiana dei Cineclub, nella sezione Orizzonti, alla 74esima Mostra del Cinema di Venezia, racconta un Salento fermo in un’immobilità senza confini, perso nelle sue ore lente, respirando da sempre gli stessi cicli primordiali dell’esistenza.

A Disperata, minuscolo comune del Sud Salento, gli uomini ingannano il tempo al bar del paese, tra una bevuta e una partita a carte. La vita scorre sempre uguale, scandita dalle stagioni. I più intraprendenti tentano rapine che si rivelano fallimenti su tutta la linea, intanto sognano il rispetto, perché l’amore è cosa da donne.

Una favola moderna in cui maldestri rapinatori in bicicletta si scoprono poeti o si redimono con la telefonata inattesa di Papa Francesco, in cui un Sindaco si sente più a suo agio a parlare di Poesia che a fronteggiare gli attacchi dell’opposizione nei Consigli Comunali; una splendida donna del Sud riscopre il suo sorriso in un ballo improvvisato, che la riporta indietro di vent’anni, al tempo in cui credeva che la vita fosse facile.

C’è pure chi si tatua il Papa sul petto e decide fare un film per difendere l’ex Sindaco, colpevole di aver lasciato a metà un Consiglio per andare alla presentazione di un libro.

Il Sindaco sognatore Filippo Pisanelli ispira subito simpatia. Disperata non è un posto per turisti: non c’è lavoro per i giovani e le fabbriche chiudono lasciando a casa gli operai: quando il Sindaco si trova a tu per tu con i manifestanti non sa far venir fuori le parole, eppure lui stesso crede che le parole siano appiglio discreto per non scivolare.

Il Sindaco si aggrappa ai versi di Alda Merini e di Vittorio Bodini e porta la poesia e la letteratura in carcere, riuscendo a coinvolgere i detenuti,  s’innamora in silenzio della bella Eufemia, e quando trova il coraggio di prenderle la mano, lei gli dà un bacio sulla fronte e gli gira le spalle.

Filippo è perso nelle sue malinconie antiche e si sente bene solo quando sta tra i suoi libri o si tuffa dalla scogliera e scende nel blu, col corpo senza peso nuota insieme alla foca monaca, che torna ancora in queste terre. Lui, che è un pesce fuor d’acqua nella politica, in mezzo ai pesci si sente a suo agio, perché a volte è dal fondale che si vede meglio la luce. E’ lì la vita vera, lontano dalle beghe e dagli affari, nella culla del profondo mare, dove c’è solo silenzio. Il Sindaco fugge dal rumore dell’inutile, per ritrovarsi altrove: in un salto nel blu, che gli dà il coraggio di farsi avanti con idee reputate folli dalla Giunta comunale, che lo fa dimettere, ma apprezzate da una comunità intera che si è redenta e ha cominciato a sognare.

Infonde speranza questo film, in cui anche Pati e Angiulino, i due malandrini che sognavano di diventare boss del Capo di Leuca, si riscattano diventano rispettivamente un poeta che aspira a fare il bidello e un predicatore delle bellezze del Creato, che ispirato dalle parole di Papa Francesco, continua instancabile la sua opera in difesa del Sindaco buono “lu megghiu”.

Tutto è narrato con grande ironia: i personaggi, a volte grotteschi ma sempre veri, riescono a far sorridere. In ogni spaccato della vita quotidiana, anche il più disperato, l’occhio attento del regista sa trovare  una comicità irresistibile, facendo di situazioni drammatiche una commedia umana che conquista lo spettatore fin dalle prime battute, come l’arrivo del tutto casuale dei turisti tedeschi nella piazza del paesino. “Dove siamo?”, chiedono in un italiano incerto. Quando si sentono rispondere il nome del paese, credono che quegli uomini siano disperati e di dicono dispiaciuti e vanno via di gran carriera. Nomen Omen.

Il film è prodotto da Winspeare insieme con Gustavo Caputo e Alessandro Contessa per  Saietta Film e Rai Cinema, in associazione con Banca Popolare Pugliese, Charles e Diane Adriaenssen e Tea Time Film, e con il supporto dell’ Apulia Film Commission. Gustosissima la sceneggiatura firmata da Edoardo Winspeare e Alessandro Valenti.

“La vita in comune” è stato girato per cinque settimane tra Tiggiano, Corsano, Gagliano del Capo, Salve. Nel cast ci sono molti nomi noti, attori che hanno già lavorato con il regista: Celeste Casciaro, Gustavo Caputo, Antonio Carluccio, Claudio Giangreco, Davide Riso, Alessandra de Luca, Francesco Ferrante, Antonio Pennarella, Tommasina Cacciatore, Marco Antonio Romano, Salvatore Della Villa, Ippolito Chiarello, Fabrizio Saccomanno, Fabrizio Pugliese, Domenico Mazzotta, Giorgio Casciaro.

Qualcuno ha detto che il Salento non è quello che racconta Winspeare nei suoi film.

Qualcuno ha detto che il Salento non è la cartolina intrisa di desolazione che ci rimandano alcune scene del film.

Forse ci sarebbe anche un altro Salento da raccontare, ma io dico che questo ci appartiene.

Ho amato questo film. Forse perché da sempre preferisco il silenzio dei luoghi sperduti e le scogliere a picco sul mare, alle fabbriche del divertimento da spiaggia e ai mega eventi, dei quali, lo sappiamo, il Salento ora è pieno.

Io amo la Poesia e ho adorato il professor Ercolino Cucurachi, alias Piero Manni, che s’inventa titoli lunghissimi e improponibili per rimarcare il valore dei libri: ho apprezzato tantissimo vedere un editore che stimo, vestire con grande ironia i panni di un professore perso nei suoi mondi e nelle sue convinzioni.

Ho amato riascoltare i versi di Vittorio Bodini: “Qui c’erano accademie/ e monaci sapientissimi:/ o città gloriose/ di sporcizia e abbandono!”

Ho riso di gusto vedendo l’editore e Assessore del Comune di Copertino Cosimo Lupo nei panni di un Dj con tanto di chioma alla Caparezza e il piglio deciso di Albertino, animare la festa del paese, in cui tutti i personaggi indossano costumi ispirati agli anni passati, al tempo della gara di ballo in cui Celeste e Pati “facevano sognare”.

Un viaggio lungo 110 minuti.

Un’utopia con le radici a Sud.

Una fiaba che aggiusta il tempo, nel nome della bellezza.

 

Maria Pia Romano

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Maria Pia Romano

Maria Pia Romano è nata a Benevento nel 1976, è iscritta all’Albo dei giornalisti dal 2000. Collabora con testate regionali e nazionali e si occupa di comunicazione pubblica e comunicazione scientifica, uffici stampa e organizzazione di eventi.

Ha all’attivo quattro raccolte di poesie, “Linfa” (LiberArs, 1998), “L’estraneo” (Manni, 2005), “Il funambolo sull’erba blu”, (Besa 2008) e “La settima stella” (Besa 2008) e i romanzi “Onde di Follia” (Besa 2006), “L’anello inutile” (Besa 2011-2012-215), che ha ottenuto le Tre penne di Billy il Vizio di leggere, Rai 1, e finalista Premio Nabokov; “La cura dell’attesa” (Lupo 2013), vincitore Premio Libriamola 2013, Premio Carver, Premio Il Tombolo Città di Cantù e Premio Città di Mesagne, finalista Premio Essere Donna Oggi 2016; e “Dimmi a che serve restare” (Il Grillo editore 2015).

Ha ricevuto riconoscimenti in campo nazionale e internazionale per i suoi lavori. Le sue poesie sono inserite nel Museo della Poesia di Perla Cacciaguerra a Cesa. È stata tradotta da Amina Di Munno e Cassio Junqueira per il festival della letteratura italiana in Brasile del 2011.

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