La Puglia ferita a morte sul binario maledetto

La Puglia ferita a morte sul binario maledetto

La terra rossa disseminata di ulivi oggi si è macchiata di un altro rosso, quello che mai avremmo voluto.

Uno scontro frontale, un boato e le urla di chi resta. E la terra di Puglia ora piange i suoi morti innocenti, quelli che, ignari di un destino crudele ad attenderli sul binario maledetto, oggi hanno obliterato il solito biglietto del solito treno che li avrebbe condotti alla solita occupazione. Oppure, magari, a fare un giro per i saldi a Bari, dove ci sono i negozi di via Sparano e le occasioni non mancano. Invece no, per alcuni quel viaggio è stato l’ultimo possibile. Per tutti gli altri è diventato un giorno straziante che non si dimentica. Oggi siamo tutti fratelli che si stringono l’un l’altro, senza comprendere l’assurdità della vita.

Oggi è passata la morte della porta accanto. Quella che qualcuno chiama destino, che nessuno si aspetta che ti corra di fianco, mentre tu ti alzi, ti lavi, ti prepari per fare la vita di ogni giorno. E qui non c’entra la strategia del terrore degli uomini vestiti di nero. Qui di nero c’è solo il lutto che ci porteremo dentro per sempre, anche noi che siamo capaci di partecipare al dolore degli altri unicamente dalle immagini della tv e dalle pagine dei siti.

Da Ruvo di Puglia a Barletta, ci andavo e ci andrò con quel treno. Spaccando la campagna pugliese. “Next stop Corato”, si sente un minuto dopo essere partiti. Sembra di essere sulla tube londinese, invece siamo in Puglia.

Su quel treno c’è una parte di me e di chi, come me, quel treno lo prende per raggiungere agevolmente i paesi a nord di Bari. Studenti, pendolari, gente che preferisce non usare la macchina, contando sull’ottimo collegamento. Dalla metropoli ai centri dell’hinterland il passo è breve, grazie a questi treni.

Invece oggi qualcosa è andato storto e tutti piangiamo. Sono passate una manciata di ore dall’impatto, nessuno comprende come sia potuto accadere, tutti siamo incapaci di trovare le parole, perché non doveva succedere. Una falla nel tempio dell’efficienza. Per me che vengo dal profondo Sud, quei treni erano simbolo di modernità ed esempio da emulare. Ora si parla di errore umano, oppure si tace, per rispetto.

Una mattina come tante, io a scrivere al computer, salvo il file e apro la posta elettronica per inviare. Intanto mi arriva un sms, la mia amica Scrittrice, da Roma o dalla Sicilia, non so, mi scrive: “Dimmi che stai bene”. Non capisco, non ho il tempo di pensarci troppo che nelle notizie della home compare un immagine sconcertante: uno scontro fra treni. Leggo il titolo: è accaduto nel barese. Io quei treni li conosco. Sono i treni delle Ferrovie del Nord Barese, che prendo  molte volte al mese da alcuni anni. Treni efficientissimi, moderni, puliti, puntuali, servizio impeccabile. Ne avevo parlato a tanti amici nel Salento: “Altro che i nostri treni della Sud-Est!”, esclamavo colpita dall’ottimo servizio. E invece stamattina la tragedia, che lascia sconcertati. Qualcuno parla di raddoppio del binario che era in programma, intanto oggi è successo quello che sappiamo.

Davvero mettere insieme le parole ora, mentre si contano le vittime e si aspettano stime più accurate dell’accaduto, diventa un gioco da prestigiatori. Oggi riesce male a chi ha una fetta di cuore, cercare frasi per questa Terra di Puglia ferita a morte su un binario maledetto.

Sul binario del Sud, dove mi sorprendevo a perdere il conto degli ulivi e la terra sembrava tanto vicina ai vagoni tanto da poterla toccare, oggi degli innocenti hanno incontrato la morte. Le colpe si troveranno, ora è il tempo di fare silenzio.

 

Maria Pia Romano

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Maria Pia Romano

Maria Pia Romano è nata a Benevento nel 1976, è iscritta all’Albo dei giornalisti dal 2000. Collabora con testate regionali e nazionali e si occupa di comunicazione pubblica e comunicazione scientifica, uffici stampa e organizzazione di eventi.

Ha all’attivo quattro raccolte di poesie, “Linfa” (LiberArs, 1998), “L’estraneo” (Manni, 2005), “Il funambolo sull’erba blu”, (Besa 2008) e “La settima stella” (Besa 2008) e i romanzi “Onde di Follia” (Besa 2006), “L’anello inutile” (Besa 2011-2012-215), che ha ottenuto le Tre penne di Billy il Vizio di leggere, Rai 1, e finalista Premio Nabokov; “La cura dell’attesa” (Lupo 2013), vincitore Premio Libriamola 2013, Premio Carver, Premio Il Tombolo Città di Cantù e Premio Città di Mesagne, finalista Premio Essere Donna Oggi 2016; e “Dimmi a che serve restare” (Il Grillo editore 2015).

Ha ricevuto riconoscimenti in campo nazionale e internazionale per i suoi lavori. Le sue poesie sono inserite nel Museo della Poesia di Perla Cacciaguerra a Cesa. È stata tradotta da Amina Di Munno e Cassio Junqueira per il festival della letteratura italiana in Brasile del 2011.

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