La Gallipoli dei cuori in attesa

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I luoghi sono come gli amori: alcuni li attraversi e ti attardi a conoscerli solo per un giorno, altri ti si incidono dentro e negli anni ne ricorderai a memoria le atmosfere, i profumi, ovunque andrai nel mondo. Complice il destino nella storia di un amore, nella vocazione a scegliere un posto che diventa paesaggio dell’anima. E così per vocazione, per dannazione, per isteria, ci sono terre che ci vibrano dentro e ne potremmo elencare a memoria i giochi di luce dall’alba al tramonto, perché li disegniamo con l’anima nelle notti dell’assenza, come faremmo con un volto amante.

Ci sono luoghi che sono poesia e ci sono poesie che diventano luoghi, per chi sa sentire. Per chi non sa mentire.

Uno di questi luoghi per me  è Gallipoli, la Città Bella, quella che mi ha fatto scoprire il mare e mi ha insegnato a veder sfumare il rosso del sole nel grande blu, deglutendo le mie malinconie dal bastione di Ponente. Avevo sedici anni quando, in un inverno lontano, fui premiata dal Augusto Benemeglio in un concorso di poesia che aveva un nome magico per me, che in qualche modo avrebbe segnato tutta la mia esistenza: “L’uomo e il mare”. Erano i primi anni novanta ed io accanto a me, quella sera, avevo l’Uomo, il Poeta, che mi avrebbe spiegato con i suoi versi la Bellezza del mare. Quel mare che io mi portavo dentro da prima di nascere, lui, Vittore Fiore, l’antifascista, l’intellettuale, lo scrittore, il gallipolino, me l’avrebbe consegnato in una conchiglia di parole, da avvicinare all’orecchio in ogni giorno di rabbia e di vento, in ogni attimo di tristezza che sarebbe arrivata. Per tutta la Vita.

 “A Gallipoli, ai gabbiani tornerai / veloci, sulla scogliera luminosa,/ per una breve sosta, ai mille e mille/ voli alti, alle improvvise picchiate/ su cuori in attesa e trattenerli,/ sentire il battito di ali/ profumate di aperti venti,/ almeno un poco, di mari radenti,/ sul viso, sulle mani, con gli occhi ardenti/ (…)”. Avevo una collana di sogni appena al collo ed onde di speranza negli occhi quella sera, ancora non sapevo quanta poesia sarebbe nata dopo e che le lacrime sono salate, come gocce di mare. E non immaginavo che da allora in poi avrei ripetuto in segreto i versi del Poeta tutte le volte che avrei voluto sentire il mare dentro: nelle mie notti di veglia e scrittura, nelle mie felicità acerbe in ascolto dei gabbiani, nelle gite all’isola del Faro, dove nidifica il Gabbiano Corso e dove ho lasciato i miei vent’anni aggrappati ai gradini spolpati dallo Jonio intenso.

Parlava dell’Europa il Poeta che aveva conosciuto la prigione e lì aveva ritrovato il fratello morto, ancora non sapeva che la Città Bella sarebbe diventata il paradiso della movida e che sui bastioni della “padella”, la città antica collegata al nuovo centro urbano da un ponte, sarebbero nati i locali trendy, con gli aperitivi mondani, la musica ad alto volume e le notti lunghe fino al mattino.

 

Ci sono luoghi che sono poesia: Gallipoli per me è un verso infinito, che si colora d’Europa ogni volta che altri volti, altre lingue mettono piede nel centro storico, mentre si svela l’incanto della Puritate dopo un dedalo suggestivo di viuzze e case bianche e ore di sugo.

Ci sono luoghi che sono amanti indimenticabili. Io con Gallipoli ci faccio l’amore da anni. Come in un matrimonio liquido, in cui il SI è sussurrato sotto il livello del mare, mai nella solennità che diventa teatro. Gallipoli è l’amore che scelgo in libertà, miracolo che si rinnova ad ogni sguardo quando la primavera torna a proclamare il suo inno alla vita.

Io auguro alla mia Città Amante di veder tornare tutti gli uomini che si innamoreranno del suo cielo e del suo mare e vorranno conoscerla soprattutto lontano dal clamore d’agosto.

“A Gallipoli, ai gabbiani tornerai”, scriveva Vittore Fiore ed io auguro a chi ama la vita di venire a conoscere la mia Città Bella, rispettandola ed avendone cura, perché le poesie vanno sussurrate e mai urlate, per sentirle più vere nel cuore.

 

Che siano cuori in attesa, mia Gallipoli, quelli che scelgono di aprirsi a te e di lasciarsi attraversare dal tuo scirocco avvolgente e dalla tua tramontana sferzante. Che sappiano trattenere l’incanto che tu regali.

Noi da te torniamo sempre, a volte con rabbia, con rassegnazione, con disincanto, ma sempre con amore. Perché i luoghi sono storie d’amore, e la nostra parla di gabbiani, di gente semplice, di granite di mandorle e pesce fresco.

Che arrivi il tuo profumo a chi non ti conosce, che giunga attraverso le parole del Poeta che “era nato sui mari del Tonno”. Perché tu sei poesia ad ogni passo, ad ogni respiro.

E noi ‘prossimi alle scogliere/ parleremo del Sud, dell’Europa,/ dell’uggia e del campo di tabacco/che avanza in bilico tra noi e il mondo’.

Maria Pia Romano

2 maggio 2014

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Maria Pia Romano

Maria Pia Romano è nata a Benevento nel 1976, è iscritta all’Albo dei giornalisti dal 2000. Collabora con testate regionali e nazionali e si occupa di comunicazione pubblica e comunicazione scientifica, uffici stampa e organizzazione di eventi.

Ha all’attivo quattro raccolte di poesie, “Linfa” (LiberArs, 1998), “L’estraneo” (Manni, 2005), “Il funambolo sull’erba blu”, (Besa 2008) e “La settima stella” (Besa 2008) e i romanzi “Onde di Follia” (Besa 2006), “L’anello inutile” (Besa 2011-2012-215), che ha ottenuto le Tre penne di Billy il Vizio di leggere, Rai 1, e finalista Premio Nabokov; “La cura dell’attesa” (Lupo 2013), vincitore Premio Libriamola 2013, Premio Carver, Premio Il Tombolo Città di Cantù e Premio Città di Mesagne, finalista Premio Essere Donna Oggi 2016; e “Dimmi a che serve restare” (Il Grillo editore 2015).

Ha ricevuto riconoscimenti in campo nazionale e internazionale per i suoi lavori. Le sue poesie sono inserite nel Museo della Poesia di Perla Cacciaguerra a Cesa. È stata tradotta da Amina Di Munno e Cassio Junqueira per il festival della letteratura italiana in Brasile del 2011.

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