La donna che nuota con gli squali

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Ci sono donne che hanno sogni d’acqua e girano il mondo con uno zaino pieno degli indumenti indispensabili e degli erogatori irrinunciabili, per scendere giù, nel profondo blu. E ascoltare la musica del respiro, nel regno del silenzio, in cui il corpo viaggia senza peso. Accade che ci siano donne che possono rinunciare allo shopping del sabato pomeriggio, ma non all’immersione della domenica, per ritagliarsi una fetta di benessere, che spezzi la monotonia di una vita di passi di terra.

 

Quelle donne si sentono più a loro agio con le pinne che con i tacchi, e collezionano scatti subacquei invece che selfie in discoteca.

 

Emanuela Vergallo è così: con un libro sempre in borsa e lo sguardo aperto su orizzonti di salsedine, vive la sua vita con le radici a Sud, in una terra dai ritmi lenti e i cieli sconfinati, dove lo sconforto per il lavoro che non c’è, va di pari passo con lo stupore per la bellezza dei luoghi selvatici e dei fondali generosi, nonostante tutto.

 

Ha fatto immersioni in tutto il mondo Emanuela, è una giovane istruttrice subacquea con una passione antica per i libri e la letteratura, che l’ha portata a conseguire una Laurea in Lettere Moderne e a coltivare costantemente l’amore per la lettura: romanzi, saggi e quant’altro sono nelle sue mani prezioso conforto, in grado di diventare carezza in ogni istante, all’occorrenza.

 

Sempre attratta verso il mare, lei è come la Signora del Mare di Henrik Ibsen, che lontano dal mare sta male: “Notte e giorno, d’inverno e d’estate, grava su di me … questa nostalgia che mi attrae verso il mare.”, sussurra Ellida al marito Wangel, che per lei è disposto a trasferirsi sul mare aperto, dove lei si troverà a suo agio secondo le sue inclinazioni. Ellida è la donna che avrebbe dovuto sposarsi col mare e che ha affidato due anelli alle onde, per far custodire un amore dal mistero del fondale. Non le sembrava una cosa insensata, perché chi ama il mare, sa che solo lui può capire.

 

Emanuela ha scelto accanto a sé un uomo dalle spalle larghe e i sogni di mare, con  cui poter condividere i suoi paesaggi dell’animo. L’unico straniero possibile, quello che non le chiede di scegliere, ma semplicemente c’è sempre: Paolo. Solo con un compagno d’avventura e di vita che nuota con lei tra gli squali, Emy è libera di essere se stessa e di scrivere lettere d’amore in un alfabeto liquido, che in pochi comprendono.

 

La Ellida di Ibsen, come Emanuela, in un luogo diverso non potrebbe stare bene e parla del mare, perché al grembo blu appartiene: “Della tempesta e della bonaccia. Delle notti buie sul mare. Parlavamo anche del mare nelle giornate abbaglianti di sole. Ma soprattutto parlavamo delle balene, degli altri cetacei e delle foche, che amano stare sdraiate sulle rocce al sole di mezzogiorno. E poi chiacchieravamo dei gabbiani e delle aquile e di tutti gli altri uccelli marini, come sai.”.

 

Quel mare Emanuela lo ferma in scatti che sono istanti di viaggio e memorie da condividere con chi sa che oltre al bianco e al nero, c’è sempre una terza alternativa, che è il blu, la dimensione di chi ha imparato ad essere silenzioso ospite di un universo sconfinato in cui entrare in punta di piedi, per non scomporre l’incanto. Ogni discesa nel blu è un biglietto obliterato per la felicità, per chi deglutisce stupori ad ogni respiro salato.

 

Ellida sa che le sirene non possono vivere fuori dall’acqua, ne morirebbero; le viene detto che gli esseri umani riescono ad acclimatarsi, in tutta libertà e con grande senso di responsabilità.

E’ sempre vero? Può essere.

 

Forse Emanuela ha trovato la sua ricetta per avere un passo lieve nei suoi giorni di terra, quelli in cui il mare è un pensiero e una salvezza, a cui aggrapparsi per non vedere l’incarnato cambiare colore. Lei sa che ci vuole cuore per aspettare il viaggio, che ogni anno la porta lontano, nel grembo liquido che la culla da sempre. Ora le isole maldiviane sono un desiderio che attraversa la pelle, nel cuore del nostro inverno lei tornerà lì, intanto il suo mare salentino l’abbraccia: tra Santa Caterina e Porto Miggiano, Gallipoli e Porto Badisco, lei ritorna ogni giorno la donna del mare che è, prendendo per mano allievi di ogni età, che in quel blu imparano a sentirsi a casa fidandosi di chi, come lei, ha il mare negli occhi e nel cuore.

 

Ci vuole un grande senso di responsabilità per restare a terra, perché solo il mare salva chi ha oceani nelle iridi e di notte sfoglia pagine che parlano di creature marine, per sentirsi un po’ più vicino al mistero della Vita, che nasce dal blu.

 

Ci vuole una grande passione per scegliere in tutta libertà di amare il mare, in ogni stagione.

Chi appartiene al mare non può restare a lungo fuori dall’acqua, perché oltre la risacca ci sono cattedrali di luce. Emanuela e le altre Sirene lo sanno bene…

 

Maria Pia Romano

 

30 luglio 2015

  
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Maria Pia Romano

Maria Pia Romano è nata a Benevento nel 1976, è iscritta all’Albo dei giornalisti dal 2000. Collabora con testate regionali e nazionali e si occupa di comunicazione pubblica e comunicazione scientifica, uffici stampa e organizzazione di eventi.

Ha all’attivo quattro raccolte di poesie, “Linfa” (LiberArs, 1998), “L’estraneo” (Manni, 2005), “Il funambolo sull’erba blu”, (Besa 2008) e “La settima stella” (Besa 2008) e i romanzi “Onde di Follia” (Besa 2006), “L’anello inutile” (Besa 2011-2012-215), che ha ottenuto le Tre penne di Billy il Vizio di leggere, Rai 1, e finalista Premio Nabokov; “La cura dell’attesa” (Lupo 2013), vincitore Premio Libriamola 2013, Premio Carver, Premio Il Tombolo Città di Cantù e Premio Città di Mesagne, finalista Premio Essere Donna Oggi 2016; e “Dimmi a che serve restare” (Il Grillo editore 2015).

Ha ricevuto riconoscimenti in campo nazionale e internazionale per i suoi lavori. Le sue poesie sono inserite nel Museo della Poesia di Perla Cacciaguerra a Cesa. È stata tradotta da Amina Di Munno e Cassio Junqueira per il festival della letteratura italiana in Brasile del 2011.

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