Je n’en peux plus

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Ci sono giorni in cui il silenzio della casa vuota s’infila nelle ossa. E segna l’anima.

E’allora che tutto si ferma e nulla si compie. I pensieri restano appesi al collo, come campanacci di buoi in transumanza. Perché c’è un tempo per condividere e uno per restare da soli. E tacere.

 

Lo sa bene il protagonista dello splendido corto di Valerio Mattioli dal titolo “Je n’en peux plus”: un ragazzo che non ha mai creduto ai sentieri di pane delle fiabe scritte dai grandi, e si ritrova a lasciare sputi d’inchiostro per chi non potrà mai capire. Non esiste una spiegazione per il suo gesto, e il regista nemmeno la cerca, anzi ci regala il desiderio di tuffarci con lui nell’intricata matassa di paesaggi dell’animo che gli abitano lo sguardo.

Occhi verdi e limpidi, belli da morire quelli di Luca Cretì, occhi che ridono di fronte al mistero della vita, che scivola via in un soffio, dopo che una violoncellista-sirena col mantello rosso gli ha sussurrato qualcosa in un orecchio: una stregoneria incantevole, a cui non ci si può sottrarre.

Aurora Altavilla ed Eleonora Fullone hanno dato vita a questa musicista inquietante e di sconcertante fascino, che rapisce la vita in gioia d’essere e conduce lontano.

 

Per tutte quelle volte che ho sentito forte dentro di me un’insubordinazione feroce verso le cose della vita, inspiegabile quanto intensa, irriverente quanto irrinunciabile, allora ho amato questo lavoro di rara bellezza, che sta incontrando il successo del pubblico e della critica.

Potentemente visionario e magicamente seducente, il filmato si snoda in otto minuti di pura suggestione, in cui le immagini ci conducono in punta di piedi nel complesso universo interiore di un giovane dal viso stupendo, che non cerca né compassione, né pena, mentre lascia il suo ultimo messaggio al mondo. Lui è già altrove, perso in un orizzonte onirico che gli trancia di colpo ogni speranza di futuro. Indietro non si va, questa è l’unica certezza.

 

Ci si commuove ascoltando la sua richiesta di perdono: alla madre, agli amici. Cosa resta alla fine dei giorni, dopo un salto nel vuoto dal quale non c’è ritorno?

E’ questa forse la pena da scontare per l’ostinazione a vivere di-versi?

In vite connesse spargimenti di sogni. In rassegne di volti nullità da apprendere. Siamo nudi.

Il leggio abbandonato ai margini del bosco è un’istallazione sottile che ha smesso di ospitare spartiti quando non si trova la musica. Un giorno senza note è un errore del cielo.

Il silenzio ovattato popola la stanza bianca, in un giorno che diventerà l’ultimo, tra spargimenti di inchiostro e fogli insultati di segni. E sbavature di cuore a screziare le ore del non-tempo, in cui implodono i tracciati della mente e su petali di rosa c’è scritta la fine.

 

Qual è il finale che avremmo voluto vedere? La vita, sicuramente. Eppure qui c’è tutta la poesia dell’universo, che vive e respira, libera da schemi e fuori dai sentieri obbligati. E canta con la sua voce fatta di vento tra gli alberi e fruscii di foglie, lontana dalle pretese di un metronomo che vorrebbe scandire la normalità. Qui l’unico tempo che sgocciola lento è quello dell’anima.

La vita su un gradino superiore, diceva Thomas Mann nell’indimenticabile La Morte a Venezia.

“Anche dal punto di vista personale, l’arte è vita su un gradino più alto. Essa scava nel volto di chi la serve, l’orma di avventure spirituali e immaginarie; produce alla lunga, pur nel raccoglimento claustrale dalla vita esterna, un’ipersensibilità malata, una stanchezza e curiosità dei nervi, quali neppure una vita densa di passioni e godimenti turbinosi saprebbe produrre.”.

 

La condanna della perenne inadeguatezza va a dormire lontano. Resta il volo entro spazi in luce che, per uno strano scherzo del destino, non fanno più paura.

E la poesia, dico io. Chapeau.

  

 

Maria Pia Romano

 

2 agosto 2015
 
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Maria Pia Romano

Maria Pia Romano è nata a Benevento nel 1976, è iscritta all’Albo dei giornalisti dal 2000. Collabora con testate regionali e nazionali e si occupa di comunicazione pubblica e comunicazione scientifica, uffici stampa e organizzazione di eventi.

Ha all’attivo quattro raccolte di poesie, “Linfa” (LiberArs, 1998), “L’estraneo” (Manni, 2005), “Il funambolo sull’erba blu”, (Besa 2008) e “La settima stella” (Besa 2008) e i romanzi “Onde di Follia” (Besa 2006), “L’anello inutile” (Besa 2011-2012-215), che ha ottenuto le Tre penne di Billy il Vizio di leggere, Rai 1, e finalista Premio Nabokov; “La cura dell’attesa” (Lupo 2013), vincitore Premio Libriamola 2013, Premio Carver, Premio Il Tombolo Città di Cantù e Premio Città di Mesagne, finalista Premio Essere Donna Oggi 2016; e “Dimmi a che serve restare” (Il Grillo editore 2015).

Ha ricevuto riconoscimenti in campo nazionale e internazionale per i suoi lavori. Le sue poesie sono inserite nel Museo della Poesia di Perla Cacciaguerra a Cesa. È stata tradotta da Amina Di Munno e Cassio Junqueira per il festival della letteratura italiana in Brasile del 2011.

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