Io, la strega e la bellezza dei colori

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“Avevo una manciata di anni quando mi innamorai della madre del mio compagno di banco delle scuole elementari: era troppo strana per poter essere accolta nel gruppo delle altre madri, che ciarlavano all’ora della campanella attardandosi su stupide minuzie. Lei volava alto. Lei aveva fantasticherie autentiche. Svettava di una spanna sopra le teste delle altre e la sua chioma bionda e libera la vedevi arrivare da lontano, potevi riconoscerla tra cento teste. Ora il mio piccolo amico è un uomo con gli occhi cerchiati dalla stanchezza di un lavoro senza orari, ci siamo persi di vista con lui, che vive fuori. Mi parla di lui sua madre, che in questi anni è diventata l’amica con cui condividere la stranezza dei miei paesaggi dell’animo. Mi ha visto crescere tra tele e disegni, quando vent’anni fa ho iniziato a seguire anch’io la luce di un raggio verde che era sbucato clandestino in città, nei vicoli del barocco sfarzoso, per tracciare percorsi di sogni underground, mentre adunanze di stranezze umane in passerella si lasciavano scrutare dai miei occhi di bambina cresciuta.

Con la mia amica bionda parlavamo di sogni e di pittori che ti dipingevano, Caro Ulivo, immaginando forme antropomorfe nei tuoi rami. Erano fantasticherie anche quelle, come le nostre chiacchiere per riempire il tempo, chiedendo ai Tarocchi del nostro futuro, come a invocare la speranza di un sogno migliore, quando i nostri sembravano non bastare più.

Con sorrisi mutilati dalle nuvole passeggere del giorno, ce ne andavamo nel mondo parlando di arte, scrittura, poesia. Oggi che siamo cresciute quei sogni rimangono per sentirci ancora giovani, mentre parliamo di te e della spesa che ci hai fatto fare, perché abbiamo capito che se la pancia è vuota e i pensieri sono tanti, si sogna di traverso.”. (da Caro Ulivo, ti scrivo, Il Raggio Verde edizioni)

 

E ce ne andiamo ancora con una collana di sassi appesa al collo, io e te, Amica mia.

Quei sassi sono sogni, desideri, progetti. Utopie. E che bello averne, oggi come ieri, perché non si cresce mai abbastanza per rinunciare ad essere folli. Che vita sarebbe senza i colori? A volte li stendiamo con cura, altre li gettiamo con furore, altre li diluiamo con l’acqua e li lasciamo scorrere in trasparenza, come acquerelli d’artista su labbra timide. Sempre e comunque, noi apparteniamo al colore. Che dopo il nero è ancora più bello, e stordisce con la sfrenata solarità di queste estati torride: non danno tregua, eppure ci ricordano che siamo qui, a celebrare la bellezza dell’esistenza bastarda.

Per il mondo sei Ambra Biscuso, per me sei la Strega dei Sassi, che mi conosce da oltre trentatre anni e che mi spiega la Vita, all’occorrenza. Condividiamo risate e lacrime. Silenzi, anche. Perché nell’amicizia vera si fa anche questo. Con naturalezza.

 

Solo tu sai tutto dei miei amori e dei miei libri. Tu, che voli sulle Ali di Pandora, sai che a volte le poesie sono celebrazioni di stagioni che stanno andando a rotoli. E sai anche che nelle storie degli altri ho imparato a nascondere le mie, lasciandomi abitare solo dalla sontuosità delle parole e delle immagini. Perché questo resta, alla fine dei giorni, insieme al mare che ci portiamo dentro e alle Diomedee che ci fanno compagnia nei sogni della notte, quando anche la luna sembra più vicina.

 

E’ lo stupore il nostro compagno di viaggio. E non c’è scampo.

  

Maria Pia Romano

 

27 luglio 2015
 
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Maria Pia Romano

Maria Pia Romano è nata a Benevento nel 1976, è iscritta all’Albo dei giornalisti dal 2000. Collabora con testate regionali e nazionali e si occupa di comunicazione pubblica e comunicazione scientifica, uffici stampa e organizzazione di eventi.

Ha all’attivo quattro raccolte di poesie, “Linfa” (LiberArs, 1998), “L’estraneo” (Manni, 2005), “Il funambolo sull’erba blu”, (Besa 2008) e “La settima stella” (Besa 2008) e i romanzi “Onde di Follia” (Besa 2006), “L’anello inutile” (Besa 2011-2012-215), che ha ottenuto le Tre penne di Billy il Vizio di leggere, Rai 1, e finalista Premio Nabokov; “La cura dell’attesa” (Lupo 2013), vincitore Premio Libriamola 2013, Premio Carver, Premio Il Tombolo Città di Cantù e Premio Città di Mesagne, finalista Premio Essere Donna Oggi 2016; e “Dimmi a che serve restare” (Il Grillo editore 2015).

Ha ricevuto riconoscimenti in campo nazionale e internazionale per i suoi lavori. Le sue poesie sono inserite nel Museo della Poesia di Perla Cacciaguerra a Cesa. È stata tradotta da Amina Di Munno e Cassio Junqueira per il festival della letteratura italiana in Brasile del 2011.

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