Il Sigillo del Marchese

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Si tengono per mano i Marchesi di Cavallino, sembrano andare incontro insieme ad un futuro nascosto in un angolo di cuore, eppure tutto da vivere, dischiudendo le palpebre su orizzonti di luce. La loro pelle di pietra pare trasudare amore, a distanza di secoli. E’ stata una foto scattata dalla mia amica Stefania a rendermi partecipe di tanta bellezza, arrivando dritta al mio cuore di lettrice, perché anch’io come lei sono stata folgorata da un libro intenso come pochi, scritto da un collega che stimavo come giornalista e che ora adoro come scrittore: Giuseppe Pascali. Un uomo colto, capace di affrontare la vita con la leggerezza densa di cui parla Italo Calvino nelle sue Lezioni Americane, e di trasferire quest’occhio interiore in ogni cosa che scrive.

Il Sigillo del Marchese”, edito da Lupo editore di Copertino, è stato l’unico libro di Giuseppe che io abbia letto, nonostante la sua produzione sia vasta, e come è successo a Stefania Spagnolo, che è stata portata a Cavallino dal romanzo, anche io sono stata letteralmente conquistata dalle atmosfere create ad arte dall’autore, che è capace di sparire apparentemente dietro la narrazione, lasciando solo filtrare i guizzi della sua penna per connotare abilmente ogni personaggio, ogni dettaglio. Un libro che consiglio vivamente, e lo dico io che non amo i romanzi storici.

Il suo Sigillo è un stato per me un incantevole viaggio nel seicento salentino, che ho scoperto e riscoperto attraverso le pagine di un libro di quasi trecento pagine, che si sorseggia amabilmente come un pregiato Negramaro in purezza, lasciandoti la bocca buona. Scivolano le stanze di carta, fluide, eppure si incidono dentro, come tutte le narrazioni destinate a restare nel tempo. E dopo mesi che avrai letto questo libro, ripensandoci, ti torneranno alla mente i viaggi di Cordolo, la peste, i colpi di scena, le lacrime del Marchese Castromediano, la dolcezza di Beatrice Acquaviva d’Aragona, i bravi Ferrando e Lupo, padre Bonaventura e i segreti da scovare: sarà allora che ti verrà voglia di rileggerlo, per gustare ancora tutto intatto l’incanto di una storia d’amore che non ha età.

E quando lo rileggerai e lo apprezzerai ancora di più, e ti ricorderai di quel critico che l’ha accostato ai Promessi Sposi e di quell’altro che lo ha lodato con sincerità, allora ti verrà voglia di avere una bacchetta magica perché vorresti che fosse adottato come libro di narrativa in tutte le Scuole del Salento, della Puglia e non solo, perché vorresti gridare al mondo che la storia dei Marchesi di Caballino è bellissima e meriterebbe un film. Vorresti far rivivere ogni personaggio, ricreando con grazia le atmosfere di cui Giuseppe parla nelle sue pagine.

Un lavoro attento e certosino, di studio appassionato, lo ha portato ad entrare nelle pieghe della storia e scrivere per noi queste splendide pagine, che sono fruibili e godibilissime, senza perdere mai di intensità e vigore.

La prosa di Giuseppe Pascali è sobria ed elegante, come lui, che ho avuto la fortuna di presentare in una delle Librerie più belle ed accoglienti della Puglia, secondo me, Pagine al Caffè di Ruvo di Puglia, il regno della giovane e sorridente Domenica Lamonarca. Quando l’ho ascoltato parlare, con competenza e scioltezza, sempre con solare affabilità, mi sono convinta che quella di Giuseppe è una scrittura che è specchio e riflesso di un animo denso, che custodisce nelle sue sfaccettature tante suggestioni da esplorare in punta di piedi.

 

Nessuno di noi, purtroppo, ha la bacchetta magica per decretare il successo di un libro e queste mie parole, scritte di getto, col cuore, sono solo una piccola testimonianza di una lettrice conquistata da una narrazione vera. Oggi merce rara.

Io, come Stefania, sono fan di un autore che dispensa al mondo grazia e bellezza con le sue storie.

Che siano tante le tue storie Giuseppe, che la tua penna sia viva ogni giorno, per la tua soddisfazione e per il nostro piacere di lettori avidi di conoscere le emozioni che ancora ed ancora saprai regalarci.

Maria Pia Romano

10 giugno 2014

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Maria Pia Romano

Maria Pia Romano è nata a Benevento nel 1976, è iscritta all’Albo dei giornalisti dal 2000. Collabora con testate regionali e nazionali e si occupa di comunicazione pubblica e comunicazione scientifica, uffici stampa e organizzazione di eventi.

Ha all’attivo quattro raccolte di poesie, “Linfa” (LiberArs, 1998), “L’estraneo” (Manni, 2005), “Il funambolo sull’erba blu”, (Besa 2008) e “La settima stella” (Besa 2008) e i romanzi “Onde di Follia” (Besa 2006), “L’anello inutile” (Besa 2011-2012-215), che ha ottenuto le Tre penne di Billy il Vizio di leggere, Rai 1, e finalista Premio Nabokov; “La cura dell’attesa” (Lupo 2013), vincitore Premio Libriamola 2013, Premio Carver, Premio Il Tombolo Città di Cantù e Premio Città di Mesagne, finalista Premio Essere Donna Oggi 2016; e “Dimmi a che serve restare” (Il Grillo editore 2015).

Ha ricevuto riconoscimenti in campo nazionale e internazionale per i suoi lavori. Le sue poesie sono inserite nel Museo della Poesia di Perla Cacciaguerra a Cesa. È stata tradotta da Amina Di Munno e Cassio Junqueira per il festival della letteratura italiana in Brasile del 2011.

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