“Il nostro momento imperfetto”, uomini e donne straordinari quando la vita li mette alla prova

“Il nostro momento imperfetto”, uomini e donne straordinari quando la vita li mette alla prova

Dopo i quarant’anni impari che nella vita non sempre i conti si fanno fare, che la felicità è uno sprazzo di luce improvviso da vivere con slancio puro, che l’amore è appiglio discreto a cui aggrapparsi in un mare di difficoltà. E che, anche se il momento perfetto non esiste, nel turbine di responsabilità e accadimenti dell’esistenza  l’unica salvezza possibile è cogliere l’attimo e andare avanti con fiducia.

Il nostro momento imperfetto, Garzanti, è l’ultimo, delicato e coinvolgente romanzo di Federica Bosco: una bella storia, che racconta di uomini e donne normali, che diventano straordinari quando la vita li mette alla prova, rivelandosi capaci di prove d’amore che vanno al di là di ogni possibile strategia elaborata a tavolino. Anche le leggi della fisica tacciono attonite di fronte alla magia di un cuore che batte e muove l’universo che lo circonda.

“L’ambizione degli esseri umani è quella di conoscere tutto. In realtà non siamo ancora stati in grado di calcolare le età  dell’universo, né la natura della materia di cui è composto e tantomeno la distanza che ci separa dalle stelle. Ma, nonostante queste clamorose lacune, pensiamo ingenuamente di conoscere gli altri, di saper prevedere reazioni e gesti e che, se diciamo una cosa a qualcuno, questa sarà accettata senza battere ciglio.”

La perfezione non appartiene al mondo degli umani: ne sono consapevoli i personaggi di questo libro ed è per questo che si fanno amare dal lettore, tanto. Ancora di più quando rinunciano alle pretese di controllo sulla propria vita e su quella degli altri e lasciano fluire gli eventi. Sono veri e vicini a noi, teneri nelle loro fragilità, come ognuno di noi quando si scopre indifeso e impotente di fronte al mistero della vita.

“Forse il teorema più semplice era che se deleghiamo agli altri la nostra felicità, quando questi se ne vanno, cadiamo giù.”

Alessandra è una docente di Fisica all’Università, crede di aver trovato una rassicurante stabilità con il fidanzato che si appresta a sposarla, invece scorge per caso un messaggio sul telefonino del suo Nicola e il suo universo di certezze si frantuma in pochi istanti. Si era accontentata di un tipo non troppo alto, con cui vivere una vita non troppo entusiasmante, convinta, forse, di essere al sicuro da delusioni in una mestizia del genere, invece si ritrova a dover azzerare tutto e ripartire. Elabora il lutto, a modo suo. Ci riprova. O forse è la vita che torna a trovarla.

“Torni nel mondo dei vivi perché non sopporti che provino pena per te, non sopporti di stare sulla loro bocca, non sopporti che si muovano piano intorno a te, con le loro frasi di circostanza.”

Riprendere le redini in mano significa diventare acida a tratti con i suoi studenti, impegnarsi ad accudire due nipotini, i figli di Gaia, la sorella scapestrata con la quale da sempre è amore e odio, confrontarsi con i suoi genitori e i loro impensabili cambi di rotta, ma anche arrendersi alla bellezza della vita, che sa sorprendere con incontri inaspettati e insperati. Compare sulla sua strada Lorenzo, sembra  un uomo dall’ottimismo facile e capace di amare, tuttavia la situazione è difficile e costringe a continui ripensamenti i protagonisti. L’ex moglie e la figlia di lui, la sorella di lei che molla i figli e va a Berlino da Sonia, la nuova compagna, poi le delusioni e le ferite, i colpi di testa, lo sbigottimento.

Sono precari gli equilibri di una felicità nata funambola, eppure quando non si ha paura dell’altezza si va avanti. Sempre.

Oggi parola ha un peso. Il passato ha un peso. Gli sbagli sono macigni. Esiste un’unica ricetta per non restare schiacciati: credere nell’amore, ovunque porti. E imparare a vivere giorno per giorno.

Lo dice Alessandra, docente di fisica, lo crediamo un po’ tutti e ci stringiamo a lei, per tutte le volte che anche nelle nostre vite i conti non sono tornati.

“La nostra intera vita è basata sull’immagine di ciò che il mondo si aspetta da noi: un certo numero di successi da raggiungere, matrimonio, famiglia, figli, pensione, nipoti. Ma secondo la teoria del cervello quantico, tendiamo a prevedere il futuro attingendo a quelle informazioni che ci sembrano plausibili in un continuo calcolo delle probabilità. Il nostro cervello scommette incessantemente sul futuro basandosi su dati acquisiti, e ricalcolandoli ogni volta si presenti un cambiamento, convinto di essere un veggente. Quindi tutta la nostra esistenza, in fin dei conti, è solo un’illusione ottica.”

 Ha una sensibilità fuori dal comune Federica Bosco, per dar vita a personaggi che sono di carta, eppure respirano ad un passo da noi, facendoci compagnia nelle nostre insonni di letture e pensieri. Non sbaglia un colpo quest’autrice, che dopo averci letteralmente ammaliato con “Ci vediamo un giorno di questi”, e una marea di altri titoli, ci regala grandi emozioni con questo suo ultimo libro.

“Voglia di fuggire, di rimanere. Tutto si mischiava in maniera casuale, dando risultati strabilianti.
Ma una cosa era certa: la sensibilità è sempre un handicap.”

 Un intenso susseguirsi di pagine in cui, a poco a poco, tutti i personaggi ci entrano nella pelle e ci sembra di far parte della grande, imperfetta e bellissima famiglia allargata in cui arriva anche il commovente e dolcissimo hastag #ilovematrigna.

E’ grande, Federica, anche quando tocca i nervi scoperti di chi, per un motivo o per l’altro, vive i suoi quarant’anni senza aver avuto figli. E si commuove leggendo.

“Non ho mai avuto un grande desiderio di maternità. Non sto parlando dell’istinto materno, quello in qualche misura ce l’hanno tutti, ma quel desiderio di maternità assoluto, inspiegabile, che ti esplode dentro e non ti fa più vivere. Ecco quello ammetto di non averlo mai avuto. Il mio corpo non ne ha mai sentito la necessità, la mia anima neanche. Non è stato un problema, non l’ho mai vissuto come tale, non ho rimpianti. E’ andata così, mi sono sempre detta. Mi sentivo un po’ come quelle donne di scienza, come Rita Levi Montalcini o Margherita Hack, che hanno dedicato la propria vita allo studio. Ma, nonostante questo, ho sempre sentito di non aver chiuso il mio cerchio. Non sarò mai madre, sarò sempre figlia..”

“Le mie parole adesso hanno un suono diverso e questa, banalmente, è la consapevolezza del tempo che passa. Tempo che dobbiamo imparare a rispettare, accettare e vivere il più intensamente possibile.” Lo scrive Federica Bosco nei ringraziamenti e ancora una volta sento che sono io che devo ringraziare Lei, per le emozioni che ci dona. La sua grazia, la sua sensibilità e la sua amabile leggerezza densa sono regalo prezioso per chi, come me, si nutre di storie, di pagine, di inchiostro che si fa carne nel tempo lento della lettura che apre nuovi mondi.

Grazie, Federica.

Maria Pia Romano

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Maria Pia Romano

Maria Pia Romano è nata a Benevento nel 1976, è iscritta all’Albo dei giornalisti dal 2000. Collabora con testate regionali e nazionali e si occupa di comunicazione pubblica e comunicazione scientifica, uffici stampa e organizzazione di eventi.

Ha all’attivo quattro raccolte di poesie, “Linfa” (LiberArs, 1998), “L’estraneo” (Manni, 2005), “Il funambolo sull’erba blu”, (Besa 2008) e “La settima stella” (Besa 2008) e i romanzi “Onde di Follia” (Besa 2006), “L’anello inutile” (Besa 2011-2012-215), che ha ottenuto le Tre penne di Billy il Vizio di leggere, Rai 1, e finalista Premio Nabokov; “La cura dell’attesa” (Lupo 2013), vincitore Premio Libriamola 2013, Premio Carver, Premio Il Tombolo Città di Cantù e Premio Città di Mesagne, finalista Premio Essere Donna Oggi 2016; e “Dimmi a che serve restare” (Il Grillo editore 2015).

Ha ricevuto riconoscimenti in campo nazionale e internazionale per i suoi lavori. Le sue poesie sono inserite nel Museo della Poesia di Perla Cacciaguerra a Cesa. È stata tradotta da Amina Di Munno e Cassio Junqueira per il festival della letteratura italiana in Brasile del 2011.

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