Il coraggio di dire no alla violenza

Il coraggio di dire no alla violenza

Esiste una sottile linea di confine tra l’amore e l’infelicità. Una demarcazione insensata e inspiegabile, salata come le lacrime che rigano il viso, in un silenzio gonfio di paura.

Troppe volte noi donne vogliamo negare anche a noi stesse l’evidenza, e accettiamo con mestizia amori malati, che ci lasciano il segno delle cinque dita sulla pelle bianca. Deglutiamo un disagio senza nome ed andiamo avanti con gli occhi liquidi, segretamente convinte che, in fondo, anche quel segno rosso che brucia sia uno dei volti possibili dell’amore.

“Lui mi ama così, di un amore imperfetto e vero. Totale.”, hai pensato tu, amica mia,

quando ti ho scoperto un livido sul braccio e non hai fatto in tempo a nasconderlo sotto il maglione. No, non è questo l’amore. Non è questo quello di cui tu hai bisogno.

Hai rubato l’anima all’amore, quando resisteva al buio la favola allucinata di accorate vicinanze.

Hai inchiodato pentole al muro, quando eri sola.

Hai avuto paura a fidarti ancora ed ancora, eppure non sei scappata via, lontano.

Perché?

Non è un uomo la nostra forza, mai. E non dobbiamo aggrapparci ad una speranza di felicità solo perché in lui intravediamo le spalle larghe che sognavamo da piccole per sentirci protette: chi ci ama ce lo dimostra facendoci stare bene, non togliendoci il sorriso.

 

Ci sono giorni in cui il silenzio della casa vuota pesa come un macigno sul cuore, perché abbiamo paura che lui torni e che trovi qualcosa che non va, qualcosa che non riusciamo a vedere, eppure è qualcosa per cui verremo rimproverate, maltrattate, senza capire bene perché.

“A volte finisco per convincermi che abbia ragione: la pasta era veramente insipida e la mensola non era spolverata bene.”, mi dici con un filo di voce, abbassando lo sguardo.

E’ allora che io sento montare la rabbia in corpo, perché tu gli permetti di picchiarti e non fai nulla. Lo chiami ancora Amore, invece di sputargli in faccia.

Con i sogni strangolati vai nel mondo fingendo indifferenza, perché non si deve sapere.

Finché eleggeremo un tiranno a padrone della nostra esistenza, non saremo mai libere di essere noi stesse. La storia si ripete ogni volta, ed è superfluo elencare, doveroso tentare di capire, ma inutile tentare di spiegare, perché non c’è ragione per cui un uomo si debba tramutare in bestia.

 

Sono passati quarantacinque anni da quel 25 novembre in cui tre sorelle furono torturate, massacrate e strangolate solo perché considerate rivoluzionarie. Accadeva nella Repubblica Dominicana, eppure quei corpi che furono buttati in un burrone simulando una disgrazia, appartengono a tutte noi. Noi che abbiamo indossato le scarpette rosse per scendere in piazza, eppure qualche volta accettiamo la violenza fisica e psicologica, per quieto vivere, perché in fondo è meglio così ….poi passa. Invece resta, una macchia nera sulla pelle del sogno. E noi ai sogni non dobbiamo rinunciare mai, ovunque portino.

 

“Domani è un altro giorno”, mi dici tu, quando ti chiedo di denunciare.

E resti immobile a bere i colori della pioggia, aspettando le note del cambiamento che deve arrivare, con i tuoi tormenti rinnegati. Invece le cose non accadono e basta: le dobbiamo volere.

Domani sarà un altro giorno solo se troveremo la forza di voltare le spalle a chi ci fa del male e faremo trovare una porta chiusa a chi abusa di noi.

 

Troppe volte abbiamo paura, ma tante paure, tutte insieme, fanno un grande coraggio: il coraggio delle donne che dicono NO alla violenza. E che ogni mattina sono finalmente libere di cantare il loro inno alla gioia, davanti allo specchio.

 

Maria Pia Romano

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Maria Pia Romano

Maria Pia Romano è nata a Benevento nel 1976, è iscritta all’Albo dei giornalisti dal 2000. Collabora con testate regionali e nazionali e si occupa di comunicazione pubblica e comunicazione scientifica, uffici stampa e organizzazione di eventi.

Ha all’attivo quattro raccolte di poesie, “Linfa” (LiberArs, 1998), “L’estraneo” (Manni, 2005), “Il funambolo sull’erba blu”, (Besa 2008) e “La settima stella” (Besa 2008) e i romanzi “Onde di Follia” (Besa 2006), “L’anello inutile” (Besa 2011-2012-215), che ha ottenuto le Tre penne di Billy il Vizio di leggere, Rai 1, e finalista Premio Nabokov; “La cura dell’attesa” (Lupo 2013), vincitore Premio Libriamola 2013, Premio Carver, Premio Il Tombolo Città di Cantù e Premio Città di Mesagne, finalista Premio Essere Donna Oggi 2016; e “Dimmi a che serve restare” (Il Grillo editore 2015).

Ha ricevuto riconoscimenti in campo nazionale e internazionale per i suoi lavori. Le sue poesie sono inserite nel Museo della Poesia di Perla Cacciaguerra a Cesa. È stata tradotta da Amina Di Munno e Cassio Junqueira per il festival della letteratura italiana in Brasile del 2011.

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