“Gli scuoiati”, quando la parola nutre gli affamati di senso

"Gli scuoiati", quando la parola nutre gli affamati di senso

Beati gli uomini quando troveranno libri di cui nutrirsi.

Beati i puri quando avranno la fortuna di incontrare uno scrittore vero.

Beati i curiosi quando sentiranno il pugno nello stomaco del poema crudo.

Gli Scuoiati di Giuseppe Cristaldi, pubblicato da “Pellicano Sardegna”, per me è esattamente questo: beatitudine. Non si può capire la maestosità di quest’autore finché non ci si tuffa nell’adorabile turbino delle sue parole, iniziando a viaggiare con lui, ovunque porti la voce che sa farsi carne.

Pochi come lui, nella storia della letteratura. E io, ogni volta, piango: troppa vita, troppa bellezza in questa scrittura: un’insolazione, roba da stordimento.

“Leggere sarà la tua salvezza, approderai in nuovi mondi, conoscerai mille e mille psicologie umane. La lunga navigazione tra le storie non riuscirà mai ad estirpare il tuo passato, il dolore che ne consegue, ma ti consentirà di acquisire un sentimento supremo, l’unico che potrà elevarti sugli squarci del vissuto, al di là del bene e del male, del fatto e del misfatto, della crescita e dell’amputazione, del latte e del sangue: la pietà.

Pietà per l’animale umano.”

Quando non so più a chi appartenere, Giuseppe mio, mi accorgo che sono figlia di un senso annodato al fondale. E che solo di parole so nutrirmi, perciò vengo alla tua mensa e mi cibo, per uscirne migliore. Con i colori che vibrano negli occhi lucidi.

Dalle tue pagine apprendo la resilienza.

Una lama che incide le pareti pulsanti del cuore. La bellezza sconcertante del dolore e il suo mistero, narrato con parole che sono pietre e si scagliano sul lino teso delle nostre piccole certezze quotidiane, a cui ci aggrappiamo per trovare il passo giusto, giorno per giorno.

“Guardami padre, guardami, impasta le mani, mi hai creata a tua immagine e mesticanza. Sono l’insalata perfetta per i tuoi sentimenti. Dimmi anche cosa significhi per davvero l’espressione sangue del mio sangue. Ma con assoluta calma, dopo tutto il tempo trascorso è possibile includere la pacatezza, il modo, è possibile sedersi al tavolo della storia e ragionare tutti insieme. Finalmente possiamo farlo perché, contrariamente al passato, siamo accomunati tutti da un equivoco bellissimo: l’età adulta.”

Qual è questo equivoco, Giuseppe? Spiegamelo tu, perché ci sono dentro fino al collo e non trovo le risposte. Forse con il tuo flusso inarrestabile di sillabe che mi fanno contorcere le viscere, tu vuoi dirmi proprio di lasciarmi andare a questa puttana di vita, che proprio quando sembra incomprensibile e crudele, sa farci innamorare di un cielo azzurro.

Un libro di una profondità che sconvolge. “Profondità nel senso speleologico del termine”, come dice magistralmente Leonardo Omar Onida nella prefazione. Un viaggio immaginifico a tratti doloroso, a tratti sontuoso, condito della potenza delle immagini che il grande Cristaldi ci offre generosamente a mani aperte.

“Gallipoli è il magistero dell’affaccio, donna scollata,/

finestra e mammella, rinfaccio altero della cozza./

Su un grattacielo nascituro ho saggiato l’emozione/

dell’essere paese, spugna marina, urina sul muro./

Dall’ultimo piano ho gettato gli assi sull’acqua,/

ho fatto scopa con una paranza …”

 

Superfluo tentare di imbastire una trama che riassuma questo gioiello.

Doveroso cercare di capire, ma poi sentire che ci si deve abbandonare alla forza della parola, smarrendo il confine tra prosa e poesia.

Inutile tentare di arrestare il vagabondaggio nella bellezza: si può bere la suggestione a pieni sorsi.

“Sono donna perché la libertà non è un artificio di parole.

Sono donna perché per quanto il mondo sia impantanato nell’eufemistica solidarietà, nella defecazione di motti culminanti sempre in un volemosebenepaisa’, credo nell’amore. Proprio perché ancora non l’ho vissuto.

Sono donna perché quando sollevo lo sguardo oltre il vetro della sala colloqui, tra i capelli grigi e scarmigliati vedo ancora mia madre.

Sono donna perché ci sarà sempre qualcuno che attraverso l’esercizio della sua personalità mi sconsiglierà di esserlo.

Sono Donna perché a Dio hanno proibito di essere Donna.”

Io sono una donna e ne “Gli scuoiati” ho trovato un autore potente che sa farsi donna, meglio di ogni donna che io abbia incontrato in Terra e sa regalarmi incanto, come solo la letteratura autentica può fare. Tutto il resto è carta sporcata provvisoriamente da inchiostro, prima di finire al macero.

Io sono un’affamata di senso. E in questo libricino ne ho trovato tanto da mettermi a piangere di stupore e contentezza. Come una bimba che non ha mai visto il mare e viene presa per mano e portata davanti alle onde in un giorno di sole, quando essere felici appare più facile anche a chi conosce i disturbi dei paesaggi interiori.

Ci sono libri da rileggere periodicamente, per trovare pace e salvezza. Ci sono libri da tenere in borsa, perché sono ossigeno, all’occorrenza. Libri piccoli, eppure immensi.

Uno di questi è “Gli scuoiati” di Cristaldi.

In un mare di storie che intrattengono, io ho trovato un libro che nutre. E sono felice.

Maria Pia Romano

 

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Maria Pia Romano

Maria Pia Romano è nata a Benevento nel 1976, è iscritta all’Albo dei giornalisti dal 2000. Collabora con testate regionali e nazionali e si occupa di comunicazione pubblica e comunicazione scientifica, uffici stampa e organizzazione di eventi.

Ha all’attivo quattro raccolte di poesie, “Linfa” (LiberArs, 1998), “L’estraneo” (Manni, 2005), “Il funambolo sull’erba blu”, (Besa 2008) e “La settima stella” (Besa 2008) e i romanzi “Onde di Follia” (Besa 2006), “L’anello inutile” (Besa 2011-2012-215), che ha ottenuto le Tre penne di Billy il Vizio di leggere, Rai 1, e finalista Premio Nabokov; “La cura dell’attesa” (Lupo 2013), vincitore Premio Libriamola 2013, Premio Carver, Premio Il Tombolo Città di Cantù e Premio Città di Mesagne, finalista Premio Essere Donna Oggi 2016; e “Dimmi a che serve restare” (Il Grillo editore 2015).

Ha ricevuto riconoscimenti in campo nazionale e internazionale per i suoi lavori. Le sue poesie sono inserite nel Museo della Poesia di Perla Cacciaguerra a Cesa. È stata tradotta da Amina Di Munno e Cassio Junqueira per il festival della letteratura italiana in Brasile del 2011.

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