Erri De Luca, ”Abbiamo il dovere di aprire le braccia ai profughi”

Erri De Luca, ”Abbiamo il dovere di aprire le braccia ai profughi”

Ci sono ore che sono doni della Vita. Le senti scorrere come carezza sulla pelle del cuore e vorresti trattenere l’incanto per non vederle finire. Ti sembra di essere migliore dopo, più ricco: non di gettoni d’oro, ma di storie. Che s’incidono dentro.

Fermare la clessidra del tempo normale sulle parole: questo ho desiderato ieri, completamente rapita da una serata a Sternatia, nel cuore della Grecìa salentina, in cui ho provato l’emozione di ascoltare Erri De Luca.

 

Portami a leggere è il titolo della rassegna organizzata dall’Associazione Up, che io ribattezzerei Portami a sognare, perché questo ciclo di incontri estivi ha coinvolto luoghi magici, dove anche le pietre sembrano cantare storie antiche, in quel grìco che qui si parla come il dialetto salentino e come l’italiano. Qui gli anziani conoscono tre lingue e i nipoti imparano l’inglese a scuola, eppure custodiscono il patrimonio dei nonni, depositari delle storie. La suggestione di Piazza Castello illuminata, nel centro storico, ieri ha ospitato lo scrittore, che ha letteralmente incantato il pubblico parlando per un’ora e mezza. E sono certa che primo fra tutti è rimasto estasiato Massimo Manera, il Sindaco che da molti anni ama le sue pagine e condivide il suo amore con chi sa vedere.

 

Non sono qui per scrivere quello che ho ascoltato: non potrei. Non voglio neanche ripercorrere i punti di un monologo che ha conquistato ogni persona che era in quella Piazza. Sono qui sono per dire che ho provato emozione indescrivibile quando, alla fine delle magie di immagini inanellate con semplicità, non disdegnando digressioni ironiche, Erri De Luca si è alzato in piedi per alzare al cielo la sua Preghiera laica per i migranti, scritta a Lampedusa lo scorso anno.

Sono parole che s’incidono nel cuore, per le vittime di ogni naufragio, nel nostro tempo in cui seminiamo il mare di annegati.

 

E’ tornato su quel luogo dopo un anno Erri De Luca, con il subacqueo che ha assistito a quello strazio ed entrambi hanno avuto la stessa idea: gettare sale nel mare, in quel punto. Perché il sale sulle ferite brucia e non si può dimenticare.

“I libri sono robusti, sono resistenti”, ha detto ieri Erri De Luca. Lui si è cibato di libri fin da bambino, per entrare nel mondo degli adulti: erano i libri che suo padre comprava per sé, ed Erri si estraniava da tutto nella stanza piena di scrigni di parole. Ora nutre infinito rispetto per chi è costretto a lasciare la propria Terra con le lacrime negli occhi, eppure non dimentica di mettere un libro in tasca.

Lui sa che sulle spiagge dei naufragi si trovano corpi, scarpe, insieme a pagine del Corano imbevute di acqua e di sale. I migranti sulle imbarcazioni non possono portare nulla, eppure portano con sé il loro libro Sacro. “Questo non dimostra il loro diritto di essere accolti, ma il nostro dovere di aprire le braccia.”, ha detto più o meno così ieri lo scrittore. E quando si è alzato in piedi ed ha slacciato la voce, abbiamo udito il fragore del mare sotto le parole.

 

Con le narici allargate a percepire stupori, a nutrire il cuore della bellezza delle immagini, abbiamo sentito lo strazio della morte dei fratelli.

E noi che il mare lo viviamo da turisti, beandoci di solcare pagine azzurre sotto il sole d’agosto, nella calma piatta della bella stagione, forse ci siamo vergognati tutti insieme delle ingiustizie scritte nei destini.

Veniamo tutti dal mare, le nostre lacrime salate lo provano.

 

 

Mare nostro che non sei nei cieli
e abbracci i confini dell’isola e del mondo
sia benedetto il tuo sale
e sia benedetto il tuo fondale
accogli le gremite imbarcazioni
senza una strada sopra le tue onde
pescatori usciti nella notte
le loro reti tra le tue creature
che tornano al mattino
con la pesca dei naufraghi salvati

Mare nostro che non sei nei cieli
all’alba sei colore del frumento
al tramonto dell’uva di vendemmia,
Che abbiamo seminato di annegati
più di qualunque età delle tempeste
tu sei più giusto della terra ferma
pure quando sollevi onde a muraglia
poi le riabbassi a tappeto
custodisci le vite, le visite cadute
come foglie sul viale
fai da autunno per loro
da carezza, da abbraccio, da bacio in fronte
di padre e di madre prima di partire

(Erri De Luca)

 

Maria Pia Romano

9 settembre 2015

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Maria Pia Romano

Maria Pia Romano è nata a Benevento nel 1976, è iscritta all’Albo dei giornalisti dal 2000. Collabora con testate regionali e nazionali e si occupa di comunicazione pubblica e comunicazione scientifica, uffici stampa e organizzazione di eventi.

Ha all’attivo quattro raccolte di poesie, “Linfa” (LiberArs, 1998), “L’estraneo” (Manni, 2005), “Il funambolo sull’erba blu”, (Besa 2008) e “La settima stella” (Besa 2008) e i romanzi “Onde di Follia” (Besa 2006), “L’anello inutile” (Besa 2011-2012-215), che ha ottenuto le Tre penne di Billy il Vizio di leggere, Rai 1, e finalista Premio Nabokov; “La cura dell’attesa” (Lupo 2013), vincitore Premio Libriamola 2013, Premio Carver, Premio Il Tombolo Città di Cantù e Premio Città di Mesagne, finalista Premio Essere Donna Oggi 2016; e “Dimmi a che serve restare” (Il Grillo editore 2015).

Ha ricevuto riconoscimenti in campo nazionale e internazionale per i suoi lavori. Le sue poesie sono inserite nel Museo della Poesia di Perla Cacciaguerra a Cesa. È stata tradotta da Amina Di Munno e Cassio Junqueira per il festival della letteratura italiana in Brasile del 2011.

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