Del valore e della leggerezza

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Assalti d’azzurro, brezza leggera, la mente migra a nuovi orizzonti. A maggio la primavera mette il vestito della festa ed inizia ad incendiare i campi salentini ed esaltare le trasparenze di un mare che, in un modo o nell’altro, tutti qui portiamo dentro. Sembra arrivata finalmente l’ora della luce, nell’attimo esatto in cui la pioggia ha smesso di venir giù e ci siamo riscoperti un po’più ottimisti per non smettere di sperare. Intingo le mie malinconie nella sferzante solarità di una terra che mi accoglie e mi culla, anche se sa graffiarmi l’anima con i suoi silenzi.

Ho paura di credere a questo sole, non riesco a fidarmi. L’inverno è dietro l’angolo, mi ripeto, una parte di me ancora macina la stagione del freddo e non riesce a trovare il passo giusto per accordarsi al tripudio della Vita in rinascita. Cerco storie, mi attardo ripensare, ipotizzo personaggi, perdendo il mio volto e ritrovandolo, ogni volta. Anche la mia scrittura deve ripartire da nastri di luce per trovare il ritmo giusto, deve, in pratica, riscoprire il valore della leggerezza di cui parlava Italo Calvino nelle sue Lezioni Americane. Un manifesto d’amore verso l’arte e la vita che torno a rileggere periodicamente.

“Presto mi sono accorto che tra i fatti della vita che avrebbero dovuto essere la mia materia prima e l’agilità scattante e tagliente che volevo animasse la mia scrittura c’era un divario che mi costava sempre più sforzo superare. Forse stavo scoprendo solo allora la pesantezza, l’inerzia, l’opacità del mondo: qualità che s’attaccano subito alla scrittura, se non si trova il modo di sfuggirle.”.

Proprio così. E’ quello che accade prima di scoprire e riscoprire il valore della leggerezza. Perché troppo spesso ce ne dimentichiamo, nella vita prima che nella scrittura. E così ci arrovelliamo il cervello invece di lasciarci andare semplicemente alla Natura profonda, che non mente mai.

Ascoltando la parte più vera e sincera del nostro animo, facendo quello che ci piace, andando incontro alle nostre esigenze più pure e selvagge, con leggerezza, faremo un passo verso il nostro benessere.

S’impara, non è sempre facile, ma è possibile. Sembrerà di doverci lavorare a lungo, poi all’improvviso la leggerezza arriverà a sorprenderci, come un arcobaleno: la sorpresa del colore inatteso germogliato da fogli di grigio.

E come scrive Calvino a proposito di un racconto di Kafka “Der Kübelreiter” (Il cavaliere del secchio):“Molti dei racconti brevi di Kafka sono misteriosi e questo lo è particolarmente. Forse Kafka voleva solo raccontarci che uscire alla ricerca d’un po’ di carbone, in una fredda notte del tempo di guerra, si trasforma in quête di cavaliere errante, traversata di carovana nel deserto, volo magico, al semplice dondolio del secchio vuoto. Ma l’idea di questo secchio vuoto che ti solleva al di sopra del livello dove si trova l’aiuto e anche l’egoismo degli altri, il secchio vuoto segno di privazione e desiderio e ricerca, che ti eleva al punto che la tua umile preghiera non potrà più essere esaudita, – apre la via a riflessioni senza fine.”.

Che ci siano secchi vuoti da riempire di speranze, che ci sia una ricerca d’armonia che duri una vita, facendosi di volta in volta condivisione o scrittura, musica o silenzio, scirocco o tramontana.

Non ci sono ricette sempre valide per affrontare la vita, ma auguriamoci di avere sempre uno sguardo denso sulla realtà delle cose, per vivere con leggerezza le avventure che verranno.

Maria Pia Romano

13 maggio 2014

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Maria Pia Romano

Maria Pia Romano è nata a Benevento nel 1976, è iscritta all’Albo dei giornalisti dal 2000. Collabora con testate regionali e nazionali e si occupa di comunicazione pubblica e comunicazione scientifica, uffici stampa e organizzazione di eventi.

Ha all’attivo quattro raccolte di poesie, “Linfa” (LiberArs, 1998), “L’estraneo” (Manni, 2005), “Il funambolo sull’erba blu”, (Besa 2008) e “La settima stella” (Besa 2008) e i romanzi “Onde di Follia” (Besa 2006), “L’anello inutile” (Besa 2011-2012-215), che ha ottenuto le Tre penne di Billy il Vizio di leggere, Rai 1, e finalista Premio Nabokov; “La cura dell’attesa” (Lupo 2013), vincitore Premio Libriamola 2013, Premio Carver, Premio Il Tombolo Città di Cantù e Premio Città di Mesagne, finalista Premio Essere Donna Oggi 2016; e “Dimmi a che serve restare” (Il Grillo editore 2015).

Ha ricevuto riconoscimenti in campo nazionale e internazionale per i suoi lavori. Le sue poesie sono inserite nel Museo della Poesia di Perla Cacciaguerra a Cesa. È stata tradotta da Amina Di Munno e Cassio Junqueira per il festival della letteratura italiana in Brasile del 2011.

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