Danze d’acqua sulla vita

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Dipingere il mare con acqua di mare. Forse si può. E forse chi lo fa vuole semplicemente che quei colori restino nel blu, a farsi custodire dalle maree, segrete complici della profonda seduzione intrisa di salsedine.

 

Mi torna in mente Plasson, il pittore di Oceano Mare di Baricco, quando penso agli scatti di un fotografo entra nel blu per catturare incanti e lo stesso riesce a fare sopra il livello del mare. Gianluca Romano  possiede un occhio interiore con un’innata vocazione alla bellezza, che tuttavia non diventa mai ostentazione. L’ho osservato condividere le sue foto con gli amici della Community Salentosub, eppure l’ho visto glissare educatamente, quando gli ho chiesto uno scatto da pubblicare su una rivista. Non si profana con domande l’impero d’acqua di chi ha un orizzonte rovesciato e gli occhi di conchiglia innocente, sarebbe violenza.

 

Lo sguardo di chi respira nel blu, appartiene solo agli occhi del mare.

Io che conosco da sempre l’odore dell’olio su tela e la leggerezza dell’acquerello su carta di riso, ignoro quanta devozione ci possa essere dietro uno scatto, posso solo immaginare che sia l’ultimo gesto, come la pennellata perfetta alla fine dell’opera, quella che conferisce il carattere. Il senso è tutto lì: nel fermare l’istante che vale, con precisione millimetrica e guizzo d’artista.

 

Gianluca dipinge il mare dal suo grembo blu e lì riesce a far danzare minuscoli esseri dei quali molti di noi ignorano anche l’esistenza. Sembra che nudibranchi e paguri si mettano in posa per lui, orgogliosi del loro fascino discreto, che non tutti riescono a cogliere.

Voci di Sud si stringono tra scogli e sirene, nel sapore denso di nostalgie sparse.

Dipinge il mare anche da terra, Gianluca: impasti di vento e di sale, con la forza delle onde e la vastità degli scenari, ma mai senza un’ombra di mestizia che rende grigi i cieli e schiumose le onde, mentre gli sguardi si proiettano in un altrove di luoghi e significati di cui si ignorano i nomi. Sugli orizzonti ci sono i temporali in arrivo, qualche volta, o barche ferme su specchi d’acqua, ma nell’essenza stessa di quegli scatti, c’è la luce di chi possiede la capacità di accarezzare la Natura. Pensieri increspati, istanti modulati dal respiro del mare, impressioni di viaggio.

Nei suoi scatti c’è la lezione del vento che ci annoda alle onde, senza scomporre l’incanto dello sguardo libero.

 

“L’uomo non si volta neppure. Continua a fissare il mare. Silenzio. Di tanto in tanto intinge il pennello in una tazza di rame e abbozza sulla tela pochi tratti leggeri.

Le setole del pennello lasciano dietro di sé l’ombra di una pallidissima oscurità che il vento immediatamente asciuga riportando a galla il bianco di prima. Acqua. Nella tazza di rame c’è solo acqua. E sulla tela, niente. Niente che si possa vedere.”.

 

Niente che si possa vedere, sulla tela di Plasson. Eppure chi guarda  e ascolta, sa che lì c’è il mare.

Niente che si possa spiegare, negli scatti di Gianluca. Eppure chi lascia scorrere, sorseggiando i colori, sa che lì c’è qualcosa che si chiama anima. O giù di lì.

 

Maria Pia Romano

 

23 luglio 2015
 
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Maria Pia Romano

Maria Pia Romano è nata a Benevento nel 1976, è iscritta all’Albo dei giornalisti dal 2000. Collabora con testate regionali e nazionali e si occupa di comunicazione pubblica e comunicazione scientifica, uffici stampa e organizzazione di eventi.

Ha all’attivo quattro raccolte di poesie, “Linfa” (LiberArs, 1998), “L’estraneo” (Manni, 2005), “Il funambolo sull’erba blu”, (Besa 2008) e “La settima stella” (Besa 2008) e i romanzi “Onde di Follia” (Besa 2006), “L’anello inutile” (Besa 2011-2012-215), che ha ottenuto le Tre penne di Billy il Vizio di leggere, Rai 1, e finalista Premio Nabokov; “La cura dell’attesa” (Lupo 2013), vincitore Premio Libriamola 2013, Premio Carver, Premio Il Tombolo Città di Cantù e Premio Città di Mesagne, finalista Premio Essere Donna Oggi 2016; e “Dimmi a che serve restare” (Il Grillo editore 2015).

Ha ricevuto riconoscimenti in campo nazionale e internazionale per i suoi lavori. Le sue poesie sono inserite nel Museo della Poesia di Perla Cacciaguerra a Cesa. È stata tradotta da Amina Di Munno e Cassio Junqueira per il festival della letteratura italiana in Brasile del 2011.

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