“Da domani mi alzo presto”, irresistibile Simona Toma

“Da domani mi alzo presto”, irresistibile Simona Toma

Ci sono libri che si leggono e si richiudono passando avanti, libri che si lasciano a metà, libri da leggere e rileggere negli anni. E poi ci sono libri che sono colpi di fulmine, che ti entrano dentro semplicemente perché sembra che parlino un po’ di te. Per me è stato così con l’ultimo, delicato e bellissimo romanzo di Simona Toma: Da domani mi alzo presto, edito da Sperling e Kupfler.

Ho amato da subito Michela, la protagonista della storia: una leccese trapiantata a Milano, che fa ritorno nella sua città perché, all’improvviso, suo malgrado, si ritrova senza amore e senza lavoro. Pagina dopo pagina, sono andata avanti rapita, alternando sospiri a sorrisi.

Dopo nove anni di vita milanese, di lavoro senza orari in un’agenzia pubblicitaria, la trentasettenne Michela Tommasi  viene messa alla porta alla porta dal suo Capo magnanimo, che sostiene di volere la sua felicità! Fuori dall’ufficio, invece di trovare le braccia accoglienti di un compagno che la consola, scopre il suo fidanzato con le valigie fatte, pronto a tornare a Lecce da mammina.

Non le resta che fare a sua volta i bagagli e tornare in quella Piccola Città che si pavoneggia e si mette il vestito della festa, ma che oltre alla panna montata ha ben poco da offrire, rispetto alla metropoli. Lì Michela riprende ad uscire grazie al ciclone Giulia, sua cugina, fresca di separazione e certa di poter contare sui soldi dell’ex-marito ricco, già pronta a riprendersi la vita in mano. Lì, proprio accanto a casa dei suoi, conosce la piccola Aurora, bimba che vive sola col padre: un incontro che le cambierà la vita.

“Dicono che più sei intelligente più sei depresso, perché il gioco della vita lo sgambi subito e le aspettative le riduci a zero. E quindi per quale motivo non posso stare tutto il giorno spalmata sul letto a piangermi addosso e a maledire il mio destino?”

Evviva, allora vuol dire che io sono molto intelligente, visto che sono depressa, da molto tempo.

E credo che siamo in tanti, noi intelligenti di oggi.

Una lettura gradevolissima e scorrevole, nello stile inconfondibile di Simona, che è capace di vedere tutto dall’alto, con leggerezza Calviniana e irresistibile ironia, dipingendo con ammirabile semplicità stupendi affreschi di vita contemporanea, in cui purtroppo accade che a quarant’anni ci si senta sbagliati, falliti, che si dorma sul divano perché la vita vera, fuori, ci ha deluso e fa paura.

“E poi all’improvviso mi sono trovata depressa in pigiama e spalmata sul divano dei miei. Ora mi sento chiusa, una porta blindata la cui chiave è stata buttata in fondo all’oceano.”

Michela sono io, tutte le volte che sono stata così e mi sono vergognata di ammetterlo.

Michela sono io per tutte le volte che ho preferito scendere sott’acqua perché la vita di terra, che mi ha lasciata apprezzata eppur precaria, ad aspettare un tempo migliore, mi aveva stancata.

Michela sono io per tutte le volte che avrei voluto andare a mangiare una pizza fuori e dovevo contarmi gli euro in tasca, per tutte le volte che ho guardato i saldi e non avevo soldi neanche per quelli, perché i contratti da precari insegnano che è più saggio mettere da parte per i tempi di magra, che vestire con capi firmati.

“Papà avrebbe voluto darmi il mondo, ma adesso può darmi solo i suoi risparmi. Di certo non avrebbe voluto trovarsi a passarmi la paghetta a quarant’anni. Sono ancora in piedi grazie a questo e spendo quello che hanno guadagnato in una vita di lavoro, penso mentre lui sistema sulla tovaglia tutte le pilloline che dovrà prendere nel corso della cena, per tenere a bada le mille ingiurie che un’esistenza di impegni ed emozioni ha lasciato fuori e dentro il suo corpo.”

“Michela sono io” lo può dire un esercito intero di ragazzi di quarant’anni che in una piccola Città si ritrova a vivere e accontentarsi, magari a casa di quei genitori che sono buoni e ti danno ancora la paghetta settimanale. E tu accetti sorridendo, poi metti la cinquanta euro nel portafogli e ti viene da piangere, perché papà è diventato vecchio e passa le ore seduto sul divano, e tu, che dovresti pensare a loro, ti ritrovi a ringraziarli ancora, come facevi vent’anni fa.

“La mancanza di soldi e sentimenti ci ha costretto e una cattività fuori misura, a un’adolescenza slabbrata come una vecchia maglietta, a una vita che è un po’meno di una vita, un tempo sospeso tra la noia e la paura.”  Lo dice chiaramente Simona Toma, senza giri di parole. Per questo io, da lettrice, le sono grata. Perché si ha bisogno di storie vere, per provare quel vago senso di identificazione e di speranza che infonde coraggio e voglia di ricominciare. Ricominciare cosa? Tutto, perché noi precari, figli di questo tempo malato, ogni volta ci dobbiamo rimettere in discussione.

Abbiamo imparato che se per 12 mesi ci arrivano accrediti di 1100 euro al mese, non siamo ricchi, ma stiamo solo godendo di un senso di beatitudine a termine, in cui è meglio essere formiche che cicale.

Sappiamo che i genitori ora che noi siamo quarantenni stanno diventando cuccioli indifesi, eppure la parte dei figli ci riesce ancora naturale.

E’ venuto meno un patto sociale: ora i vecchi aiutano i quarantenni, perché un reddito da pensione è più sicuro di un contratto co.co.co spesso con proroghe non retribuite.

Se accetti bene, se non accetti, Amen: sei fuori dal giro. (!)

Simona, grazie, con tutto il cuore che ho.

Perché mi hai fatto capire che non sono sola.

“Aver compagno al duol scema la pena” scriveva il Poeta. Io ne sono convinta e so che con le nostre rivoluzioni silenziose non cambieremo il mondo, eppure sento che questo libro è una carezza sul cuore, di chi lotta ogni giorno e, a volte, non ha fiato per correre e sprofonda in un tempo lento, il cui non resta che affondare nel sonno ogni probabile rivalsa.

“Ma quando arriva la pace? Mai, si fa solo finta di essere pacificati. Anche le scarpe più strette, a furia di indossarle si allargano.”

Sono una scarpa allargata, nei miei giorni migliori.

Ora ho una nuova amica, Michela.

Nei miei giorni di divano-dipendenza, la cercherò ancora, perché so che avremo qualcosa da dirci. E che io dopo starò meglio e riprenderò, forse, ad avere voglia di alzarmi presto.

 

Maria Pia Romano

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Maria Pia Romano

Maria Pia Romano è nata a Benevento nel 1976, è iscritta all’Albo dei giornalisti dal 2000. Collabora con testate regionali e nazionali e si occupa di comunicazione pubblica e comunicazione scientifica, uffici stampa e organizzazione di eventi.

Ha all’attivo quattro raccolte di poesie, “Linfa” (LiberArs, 1998), “L’estraneo” (Manni, 2005), “Il funambolo sull’erba blu”, (Besa 2008) e “La settima stella” (Besa 2008) e i romanzi “Onde di Follia” (Besa 2006), “L’anello inutile” (Besa 2011-2012-215), che ha ottenuto le Tre penne di Billy il Vizio di leggere, Rai 1, e finalista Premio Nabokov; “La cura dell’attesa” (Lupo 2013), vincitore Premio Libriamola 2013, Premio Carver, Premio Il Tombolo Città di Cantù e Premio Città di Mesagne, finalista Premio Essere Donna Oggi 2016; e “Dimmi a che serve restare” (Il Grillo editore 2015).

Ha ricevuto riconoscimenti in campo nazionale e internazionale per i suoi lavori. Le sue poesie sono inserite nel Museo della Poesia di Perla Cacciaguerra a Cesa. È stata tradotta da Amina Di Munno e Cassio Junqueira per il festival della letteratura italiana in Brasile del 2011.

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