Ciao Nonna!

Ciao Nonna!

Da bambina andavo con la nonna a dare da mangiare ai gatti randagi. C’era un giardino a Benevento vicino casa dei nonni, o forse era solo un pezzo di terra mal curato con qualche albero, io lo ricordo magnifico. Lì scendevamo la sera, io e nonna Rosa, catapere catapere, a piccoli passi, e portavamo gli avanzi dei pasti, in piccole ciotole. Un’occupazione che adoravo e che mi era negata dai genitori.

 

La nonna aveva le sue chianiell, delle pantofole con le quali non disdegnava di uscire per andare a buttare la spazzatura, e chiamava “miiiiciooo miiiicioo”. Non ho mai capito i gatti se arrivassero per l’odore del cibo o per quel richiamo. Mi piaceva pensare che fosse per il secondo motivo. Udendo la voce della nonna, si radunavano subito cinque, sei, a volte dieci gatti: soriani e neri, mi piacevano tutti e ne avrei portato volentieri uno a casa. Ogni volta ci provano, la nonna puntualmente me lo negava e, ridendo, dava la colpa a mia madre: “E come c’aggia dic a mammat?”.

Sarebbe stato impensabile che mia madre mi avesse portata dai gatti, mia nonna lo faceva.

 

La nostra occupazione preferita nelle mattine di qualsiasi stagione, era andare a fare visita alla Signora De Rienzo. Abitava poco distante dalla nonna e aveva due gatte, per questo io adoravo andare lì. Una gatta si faceva accarezzare, l’altra no, sinceramente mi piaceva di più, perché ho sempre pensato che chi sfugge sia più intrigante di chi si concede.

La nonna e questa signora erano molto amiche, anche i loro figli, mio zio Peppino e Massimo erano cari amici. Eppure, nonostante ciò, ricordo che si chiamavano “Signò”, con un rispetto antico, cosa d’altri tempi. Ho scordato il nome di quella signora, so solo che mi piaceva stare lì e giocare con le gatte mentre loro prendevano “o cafè”. Non ho a mente di cosa parlassero e non mi interessava neanche: era bello sentire quelle parole nella cadenza campana. Una melodia sulla vita di tutti i giorni, composta da donne semplici, che ignoravano gli spartiti ma conoscevano le note dell’anima.

 

Non ho ben capito che rapporto avesse nonna Rosa con gli animali: lei era pratica, coraggiosa, ruspante come le galline alle quali, ogni tanto, torceva il collo per fare il brodo. Quando ero piccola e vedevo arrivare “o cafon” con la gallina, ero felice, perché vedevo un animale della fattoria.

Ignoravo che lo stesso, di lì a poco, avrebbe fatto una brutta fine. Per un po’ la gallinella giocava in cucina, poi la nonna mi mandava fuori, chiudeva la porta e restava lì da sola. Pure mia madre e mia zia uscivano e mi portavano a giocare altrove.

 

Nonna Rosa con gli animali era estremamente abile. Fumava di nascosto da me poiché io la rimproveravo sempre, così si portava le sigarette in bagno e teneva la finestra socchiusa. Le due finestre, bagno e cucina, erano vicine. Una volta, un paio di anni fa, mentre la nonna era in bagno a fumare, e io affacciata dalla cucina, vidi entrare nella finestra del bagno un colombo. Attimi di panico (miei). Non feci in tempo a chiamare la nonna, che subito vidi il braccio della nonna fuori dalla finestra, il colombo nella sua mano, che una volta aperta lo lasciò libero di volare altrove.

L’aveva acchiappato al volo, è proprio il caso di dirlo!

“Nonna, ma come hai fatto a prenderlo subito?”

“E che c vò?”, rispose lei serafica, infastidita solo da fatto che aveva lasciato a metà la sigaretta.

 

 

Era al passo coi tempi mia nonna: quando le chiesi se potevo postare una sua foto su facebook, lei si informò meglio: “Sul computer che c’hai sul telefono?”

“Si, nonna, qui dove ho tanti amici”.

“E vai, mettimi!”.

Fu contenta di vedere che riceveva centinaia di “like” quando una mia amica mi chiese la sua età, lei, che ne aveva già ottantotto, mi disse di scrivere settantadue.

 

Mia nonna venerdì avrebbe compiuto novantun’anni, ma è andata via prima. E oggi che è la Festa dei Nonni, io le faccio ciao da qui, con la mano.

Sono certa che ora sta prendendo un bel caffè con la Signora De Rienzo, e sono contente tutte e due, perché non devono più lavare i piatti. Magari ci sono anche le gatte con loro. Questa è l’ora in cui i mariti riposano e loro possono chiacchierare in libertà, tra donne.

E chissà se adesso si chiamano per nome o se una dice ancora all’altra: “Signò, lo metto sul fuoco il caffè?”.

 

 

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Maria Pia Romano

Maria Pia Romano è nata a Benevento nel 1976, è iscritta all’Albo dei giornalisti dal 2000. Collabora con testate regionali e nazionali e si occupa di comunicazione pubblica e comunicazione scientifica, uffici stampa e organizzazione di eventi.

Ha all’attivo quattro raccolte di poesie, “Linfa” (LiberArs, 1998), “L’estraneo” (Manni, 2005), “Il funambolo sull’erba blu”, (Besa 2008) e “La settima stella” (Besa 2008) e i romanzi “Onde di Follia” (Besa 2006), “L’anello inutile” (Besa 2011-2012-215), che ha ottenuto le Tre penne di Billy il Vizio di leggere, Rai 1, e finalista Premio Nabokov; “La cura dell’attesa” (Lupo 2013), vincitore Premio Libriamola 2013, Premio Carver, Premio Il Tombolo Città di Cantù e Premio Città di Mesagne, finalista Premio Essere Donna Oggi 2016; e “Dimmi a che serve restare” (Il Grillo editore 2015).

Ha ricevuto riconoscimenti in campo nazionale e internazionale per i suoi lavori. Le sue poesie sono inserite nel Museo della Poesia di Perla Cacciaguerra a Cesa. È stata tradotta da Amina Di Munno e Cassio Junqueira per il festival della letteratura italiana in Brasile del 2011.

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