“Ci vediamo un giorno di questi”, l’amicizia che incanta

"Ci vediamo un giorno di questi", l'amicizia che incanta

Un’amicizia infinita come il mare: due donne che crescono insieme, provando ad affrontare di volta in volta gli sgambetti della vita. Ad esorcizzare le paure con una telefonata. A pensare positivo. Ciascuna con i suoi amori e la sua personalità, ma entrambe legate dalla consapevolezza che l’altra ci sarà sempre.

Ci vediamo un giorno di questi, il titolo dell’ultimo libro di Federica Bosco, edito da Garzanti, diventa un augurio e una speranza, una preghiera laica da innalzare alla Luna, che governa le maree e gli umori delle donne.

Cate e Ludo, Ludo e Cate, per sempre. Una ama il mare in tempesta e si getta con audacia nelle acque della vita, l’altra si sente rassicurata dalla bonaccia, ma è proprio quando il mare è un nastro d’acqua immobile, che possono nascere all’improvviso le onde che modificano la rotta impostata. Così si riprende il timone in mano e si scopre un nuovo orizzonte, aggiustando le coordinate.

Un romanzo sorprendente, capace di appassionare e commuovere, toccando le corde dell’animo con grazia infinita. La Federica di “Mi piaci da morire” è lontana: qui c’è un’autrice che è cresciuta e ha metabolizzato la lezione del tempo, che quando ti fa attraversare il nero, poi sa renderti migliore.

Consapevole e saggia, Federica è capace di dosare le parole di una narrazione fluida e coinvolgente, come a lei riesce facile da sempre, facendo entrare il lettore in empatia con i suoi personaggi. Gli uomini, figli, amanti, futuri mariti, compagni e innamorati freschi, sembrano rimanere sullo sfondo di una narrazione in cui l’amicizia femminile incanta e accarezza. Con ironia, con sentimento.

Nel mio mondo pieno di spigoli lei era una piacevole imbottitura. Perché a me la vita metteva sempre un po’ in soggezione, come se fossi sua ospite e non volessi disturbare, mentre Cate non si faceva nessun problema a camminarle sui tappeti con le scarpe sporche.”

Cate e Ludo, sono adorabili, ciascuna a suo modo, perché imperfette e vere: sono troppo diverse per potersi capire sempre, ma tanto da diventare amiche inseparabili, fin dai tempi della scuola, dal giorno in cui l’una chiede all’altra di scambiare un panino al prosciutto con dei biscotti al miglio senza zucchero, troppo salutistici per poter far gola ad un’adolescente.

Già nelle prime pagine Cate e Ludo, compagne di scuola a Genova, crescono e arrivano ai quarant’anni: una estroversa e creativa, con un figlio, Gabriel, concepito in Australia e di cui non vuole dire chi sia il padre, l’altra metodica e immersa nel lavoro e con una specie di “amico particolare” che inaspettatamente da compagno di letto per una volta alla settimana, vuole trasformarsi in futuro marito.

Cate decide di aprire un centro olistico per aiutare le persone a ritrovare il benessere, Ludo si trova a combattere una lotta interiore con un compagno che la manipola e vorrebbe anche separarla dalla sua amica. Sarà la stessa Caterina, con la complicità della famiglia di Ludo, a salvarla da un matrimonio sbagliato.

Ludovica, un po’ ammaccata ma liberata dal peso di un amore malato, riprende in mano la sua vita di quarantenne, aggrappandosi alle sue certezze: l’amicizia, la famiglia, l’armonia della solitudine, che non delude, ma che resta appiglio illusorio.

“La solitudine è una forma di difesa, nessuno ambisce veramente a non avere contatti col mondo; se cominci a condividere il tuo spazio e ci prendi gusto, poi è difficile farne a meno.”

Per uno strano gioco del destino, proprio la grande amicizia tra le due donne porterà alla scoperta della malattia di Cate. E’ allora che inizia un percorso di cura che, al di là della sofferenza, narrata sempre con grande misura e garbo dall’autrice, sembra lasciar filtrare la speranza, che, luminosa e vera, inonda i personaggi.

La vita sorprende con amori imprevisti che sono doni magici, come magica e sorprendente è la nostra Cate: il lettore tifa per lei, perché ha paura, eppure dimostra il suo coraggio e non si perde mai d’animo.

La trama si sviluppa, il romanzo cresce e arriva il momento del viaggio di Ludo in Australia, un Paese in cui ci si sente leggeri dentro e che la lascia letteralmente folgorata, per tanti motivi. Il cuore riprende a battere e arriva inaspettatamente l’amore,  che “quando si è grandi e si sono fatti un bel po’ di errori, ha un sapore ancora migliore. Sa di fiducia.”

C’è una grande festa in cui si ci si prende per mano in un grande cerchio che sprigiona energia contagiosa e pura. Si stappano bottiglie sollevando i calici in alto per brindare alla vita, insieme. Insieme si lanciano le lanterne volanti sotto la luna piena, nel golfo di Porto Venere. E poi, quello che viene dopo è la Vita.

“Non lasciate passare un giorno nel rancore”, ci dice Federica in queste pagine.

Non finirò mai di ringraziarla per le emozioni che mi ha donato. Un grande libro, in cui si impara a partecipare al dolore degli altri e a sentirlo nostro. In cui, soprattutto, si apprezza la vita, per quello che ci dà, giorno per giorno.

Perché c’è sempre una ragione per dire grazie a chi ci vuol bene.

 

Maria Pia Romano

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Maria Pia Romano

Maria Pia Romano è nata a Benevento nel 1976, è iscritta all’Albo dei giornalisti dal 2000. Collabora con testate regionali e nazionali e si occupa di comunicazione pubblica e comunicazione scientifica, uffici stampa e organizzazione di eventi.

Ha all’attivo quattro raccolte di poesie, “Linfa” (LiberArs, 1998), “L’estraneo” (Manni, 2005), “Il funambolo sull’erba blu”, (Besa 2008) e “La settima stella” (Besa 2008) e i romanzi “Onde di Follia” (Besa 2006), “L’anello inutile” (Besa 2011-2012-215), che ha ottenuto le Tre penne di Billy il Vizio di leggere, Rai 1, e finalista Premio Nabokov; “La cura dell’attesa” (Lupo 2013), vincitore Premio Libriamola 2013, Premio Carver, Premio Il Tombolo Città di Cantù e Premio Città di Mesagne, finalista Premio Essere Donna Oggi 2016; e “Dimmi a che serve restare” (Il Grillo editore 2015).

Ha ricevuto riconoscimenti in campo nazionale e internazionale per i suoi lavori. Le sue poesie sono inserite nel Museo della Poesia di Perla Cacciaguerra a Cesa. È stata tradotta da Amina Di Munno e Cassio Junqueira per il festival della letteratura italiana in Brasile del 2011.

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