“Castigo di Dio”, quando a Bari c’era la Socia

“Castigo di Dio”, quando a Bari c'era la Socia

Ha il talento del narratore vissuto Marcello Introna, veterinario quarantenne barese che con il suo ultimo lavoro Castigo di Dio, edito da Mondadori, si riconferma eccezionale cacciatore di storie racchiuse negli archivi del tempo. Annusa il passato con fiuto da autentico giornalista d’inchiesta, per restituire al lettore la brutalità sconcertante di mondi dispersi in cronache frammentarie d’altri tempi, che riprendono vita nella sua penna sagace.

Dopo il successo di Percoco, che, ci piace ricordare, fu pubblicato in prima stesura nel 2012 dal Grillo editore, casa editrice indipendente pugliese,  poi dalla stessa Mondadori nel 2016, ora è tornato in libreria con un romanzo intenso da far paura, in grado di fagocitare il lettore in un gorgo infernale, che si vorrebbe non fosse mai esistito in terra, invece ha un nome e una precisa collocazione nel tempo: la Bari del 1943, l’anno della strage di via Niccolò dell’Arca e del bombardamento del porto, in cui morirono mille civili e centinaia successivamente, a causa dell’iprite contenuta nella nave “John Harvey” (perché in questo libro si parla anche del più grande disastro chimico della Seconda Guerra Mondiale, tenuto segreto per tattiche militari).

Il male, a Bari, è racchiuso tutto in un nome, che da solo è in grado di evocare tempi neri: la Socia. Un bordello malfamato, abbattuto nel 1962 e popolato da una umanità disperata e corrotta, che doveva ubbidire agli ordini del capo supremo dello schifo, Amaro.

“In una città dove le squadre di bambini senza genitori vagavano come ciuffi di polvere per strada, aggredendo in ogni quartiere, a ogni orario, chiunque avesse l’aria di avere qualcosa nelle tasche, il re della Socia si sentiva libero, veramente libero di muoversi, fare e disfare a suo piacimento.”

Era cattivo davvero il grande capo, in grado di resistere al cianuro, quasi fosse il diavolo.

“Amaro era l’ossido che aggredisce il metallo, lo scorpione in attesa sotto la sabbia, la putrescina della carogna di un cane, era la guerra, il razzismo, l’opportunismo, il nazista che cavava denti d’oro ai deportati. Non provava affetto per nessuno e l’idea che nessuno ne provasse per lui lo irritava ancora di più perché lo leggeva come un gesto di mancata sottomissione.”

Nella Socia era meglio non entrare, si rischiava di non uscirne vivi. E mentre fuori le vicende della Seconda Guerra Mondiale attraversavano e straziavano il capoluogo pugliese, dentro l’edificio maledetto ogni giorno era una lotta per restare vivi, tra gli abitanti disgraziati. Prostitute e loschi figuri, bambini venduti per poche lire, soldati, per lo più stranieri, e misteriose sparizioni, morti bruciati in un camino puzzolente come scarti di cui disfarsi nel peggiore dei modi: tutto questo e molto altro era la Socia, un edificio imponente che si trovava all’angolo tra Piazza Luigi di Savoia e via Zuppetta, una stretta strada che porta direttamente in Stazione.

Storie di disperazione e follia che s’intrecciano e a volte sembrano farsi coraggio a vicenda. E mentre la corruzione è ovunque e ha corroso i massimi livelli delle Istituzioni, la bella Anna, prostituta con il cuore buono, che legge i libri e aiuta i bambini a salvarsi, ha ancora il coraggio di sognare e spingere per aria pensieri di mare.

“Sai cosa mi piacerebbe? Svegliarmi una mattina che queste pareti non esistono. Girarmi nel letto e sbadigliare al sole che nasce sulla spiaggia, senza navi, senza bombe, senza niente. Solo un’onda che mi lava il viso mentre i pesci saltano sull’acqua. Te lo ricordi? Quando anche i pesci giocavano …”

Un grande libro, “Castigo di Dio”.

Un’avventura unica per il lettore, che s’immerge in una storia avvincente che sa scorrere veloce, nonostante affondi nel nero più profondo.

Dopo questa lettura non sono più la stessa, perché le emozioni forti sanno imprimere il passo ai giorni e ti cambiano l’andatura, mentre tu riprendi il cammino e non riesci a pensare ad altro.

Un coro di personaggi che vivono e muoiono, sopravvivono e imprecano, di qualcuno restano le ossa, di altri neanche quelle. E una grande casa maledetta in cui anche le pietre hanno un’anima sinistra:  sono impregnate di sangue e orrore e non basta un spennellata di calce viva a restituirle dignità di dimora dei vivi.

La Socia, la puttana letterata, poi quella per vocazione che si vede morire il soldato strafatto tra le braccia, i bambini che non hanno mai conosciuto l’innocenza. Salvio, il fabbro buono e innamorato, che dipinge il mare sulle pareti dell’inferno per regalare bellezza a chi sa vederla.

Amaro e lo schifo che non dovrebbe esistere, eppure ha radici ovunque. Luca “il Bracco”, il giornalista coraggioso, che varca la soglia dell’inferno per il gusto semplicemente di far sapere dove può arrivare la bestia umana.

La Bari maledetta, che Introna ha avuto il coraggio e il cuore di raccontare.

Quella che un tempo era chiusa in un grosso edificio, oggi forse è spalmata in maniera subdola in interi quartieri. A Bari e non solo, perché chissà quante Socie nel mondo ancora non sono state abbattute.

Un libro che non si scorda. Un libro da leggere e far leggere.

 

Maria Pia Romano

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Maria Pia Romano

Maria Pia Romano è nata a Benevento nel 1976, è iscritta all’Albo dei giornalisti dal 2000. Collabora con testate regionali e nazionali e si occupa di comunicazione pubblica e comunicazione scientifica, uffici stampa e organizzazione di eventi.

Ha all’attivo quattro raccolte di poesie, “Linfa” (LiberArs, 1998), “L’estraneo” (Manni, 2005), “Il funambolo sull’erba blu”, (Besa 2008) e “La settima stella” (Besa 2008) e i romanzi “Onde di Follia” (Besa 2006), “L’anello inutile” (Besa 2011-2012-215), che ha ottenuto le Tre penne di Billy il Vizio di leggere, Rai 1, e finalista Premio Nabokov; “La cura dell’attesa” (Lupo 2013), vincitore Premio Libriamola 2013, Premio Carver, Premio Il Tombolo Città di Cantù e Premio Città di Mesagne, finalista Premio Essere Donna Oggi 2016; e “Dimmi a che serve restare” (Il Grillo editore 2015).

Ha ricevuto riconoscimenti in campo nazionale e internazionale per i suoi lavori. Le sue poesie sono inserite nel Museo della Poesia di Perla Cacciaguerra a Cesa. È stata tradotta da Amina Di Munno e Cassio Junqueira per il festival della letteratura italiana in Brasile del 2011.

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