Briatore, il Salento insorge: siamo terra di Cultura!

Briatore, il Salento insorge: siamo terra di Cultura!

Che il padre di un Falco non potesse essere un’Aquila forse lo sapevano in tanti. Ora ne abbiamo tutti la conferma. Anche chi, come me, non lavora nel turismo e sente di appartenere ad una Terra che è in crisi da prima della crisi. Una penisola di poeti troppo a lungo dimenticata e ora riscoperta, che lotta a modo suo per andare avanti, con passi maldestri e lavoro nero, che campa con affitti selvaggi e sfrutta le persone, eppure ha un’anima segreta, che esige rispetto.

 

Abbiamo braccia aperte per sorridere a chi viene a trovarci e regalare bottiglie di olio (per ora) e salsa di pomodoro. D’estate qui si beve il caffè in ghiaccio col latte di mandorla e ci si bea di una porzione di pezzetti di cavallo consumata in piedi alla sagra di paese, spendendo cinque euro.

I ricchi, che ci sono sempre stati, forse sono altrove o forse sono mischiati tra noi, perché anche a loro piace fare gli alternativi, qualche volta.

 

Siamo gente de core, eppure siamo noi i primi a violentarla questa Terra dal ritmo lento e dal mare di cristallo. Molte cose non vanno: i trenini si fermano o non ci sono proprio (inchieste in corso per sapere chi ha rubato), i servizi spesso sono carenti, eppure insorgiamo quando arriva uno straniero e ci boccia su tutti i fronti.

 

Non è intelligente, a mio avviso, un signore che non sa pesare le parole e non si preoccupa di risultare antipatico nella terra dove ha scelto di investire.

L’attempato e grintoso Briatore dovrebbe sapere che comunicare significa dimostrare malleabilità dell’interesse soggettivo nella complessa dinamica dell’interazione. Lui non si sforza di piacere, anzi dimostra chiaramente che non gli interessa proprio, e il Salento s’indigna perché si sente offeso, vedendosi definito terra che non sa accogliere, almeno non i ricconi.

“Non sono un politico, non devo stare attento a come parlo e non chiedo scusa proprio a nessuno!”, ha detto su Telerama intervistato telefonicamente da Giuseppe Vernaleone.

 

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Chi sono i ricchi aspiranti ospiti del signor Flavio e soci? Degli individui capaci di spendere anche 10-20 mila euro in un giorno quando sono in vacanza. Credo ci voglia talento anche in questo, perché veramente mi risulta impossibile pensare che quando aspiro a guadagnare io in un anno, possa essere speso solo in poche ore.

Non interessano prati e musei a questi signori. Il Salento insorge: siamo terra di Cultura!

Aspiriamo ad esserlo, dice qualcuno. Intanto si punta da anni sulla valorizzazione delle tipicità, in una rinnovata consapevolezza delle nostre origini e della unicità.

 

Lui non è un’Aquila, e noi che siamo? Piccoli bradipi alla riscossa. Potessimo dimostrare ogni giorno la grinta che tutti abbiamo tirato fuori nel metterlo alla gogna, il Salento sarebbe un posto migliore, di certo. Non me ne vogliano gli imprenditori seri, che da noi ci sono e sono tanti: finché qui si continuerà a vendere immagini stereotipate, improvvisare e il mio vicino di casa si sognerà di fare la casa vacanze stipando in 50 metri quadri otto ragazzi con i materassi buttati per terra, io continuerò a non dormire e il Salento non crescerà mai, perché arraffando ci si riempie la pancia per un giorno, ma non si va lontano.

 

Ero una bambina in gita scolastica quando vidi Otranto per la prima volta. Ero un’adolescente inquieta persa nei libri, quando ho lasciato che Maria Corti mi conducesse per i vicoli del borgo antico di quella Città, facendomi amare gli Ottocento Martiri, come nessun libro di storia aveva fatto prima. Ero già una donna quando ho iniziato qui le mie immersioni subacquee, scoprendo un orizzonte rovesciato che qui, dalla Porta d’Oriente, dischiude i suoi colori più belli.

Ho legato le emozioni più belle della mia vita alle pietre idruntine, nel luogo dove le mamme chiamano ancora le loro figlie Idrusa, nel ricordo della donna più bella.

 

“Mettiamo di soggiornare a lungo nella vecchia Terra d’Otranto, di scendere al crepuscolo verso il molo del porto, durante una bufera di tramontana, quando i pescatori siedono in terra alla turchesca, la pelle abbronzata, guardando pian piano il mare, riflettendo da soli, aspettando in silenzio, come suoi fidati amici, che quella furia passi. E’ suppergiù come aprire una finestra che dia in un luogo segreto e appartato. (…) Si fa un gesto di saluto. Rispondono: Buon vespro a signoria, e tornano a tacere, ad aspettare: un silenzio puro, che si espande all’intorno, come la chiara luce dell’alba sul colle della Minerva, dietro la città.”. Per me questa è Otranto: la città cantata da Maria Corti, la terra della bellezza semplice, che si veste a festa d’estate e nelle altre stagioni torna dimora di pescatori e sognatori ingenui.

 

Il Salento è magia. Lo è per la gente comune che trascorre qui una settimana all’anno e lo è per i ricchi, che leggono sul loro yacht costoso, perché ci sono tanti tipi di ricchi, fortunatamente.

Che amano le cose belle, come le pagine di Otranto di Roberto Cotroneo, scrittore che conosce bene queste terre in cui il ritmo è scandito dal sole …  è nell’ora del mezzogiorno che il trionfo supremo delle forze positive si risolve in rinunzia, la loro vivacità finisce in sonno, la loro pienezza in debolezza. Sappia la straniera che il giudizio verrà dalla luce meridiana. Quando la volontà di vivere si ritira, assorbita dall’indifferenza come acqua dalla sabbia.”
Buon Vespo, dunque, a chi sa vedere.

 

Maria Pia Romano

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Maria Pia Romano

Maria Pia Romano è nata a Benevento nel 1976, è iscritta all’Albo dei giornalisti dal 2000. Collabora con testate regionali e nazionali e si occupa di comunicazione pubblica e comunicazione scientifica, uffici stampa e organizzazione di eventi.

Ha all’attivo quattro raccolte di poesie, “Linfa” (LiberArs, 1998), “L’estraneo” (Manni, 2005), “Il funambolo sull’erba blu”, (Besa 2008) e “La settima stella” (Besa 2008) e i romanzi “Onde di Follia” (Besa 2006), “L’anello inutile” (Besa 2011-2012-215), che ha ottenuto le Tre penne di Billy il Vizio di leggere, Rai 1, e finalista Premio Nabokov; “La cura dell’attesa” (Lupo 2013), vincitore Premio Libriamola 2013, Premio Carver, Premio Il Tombolo Città di Cantù e Premio Città di Mesagne, finalista Premio Essere Donna Oggi 2016; e “Dimmi a che serve restare” (Il Grillo editore 2015).

Ha ricevuto riconoscimenti in campo nazionale e internazionale per i suoi lavori. Le sue poesie sono inserite nel Museo della Poesia di Perla Cacciaguerra a Cesa. È stata tradotta da Amina Di Munno e Cassio Junqueira per il festival della letteratura italiana in Brasile del 2011.

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