A mia madre

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Non ho mai smesso di essere una figlia ribelle, anche ora che sono una madre mancata, a trentotto anni suonati, con la costante voglia di fuggire via e la tenacia di resistere, in questo Paese in cui qualcuno vuol farci credere che il ladrocinio sia la norma e tenere la schiena dritta resti esercizio da illusi. Ho contato tre capelli bianchi e li ho nascosti in mezzo alla chioma castana dai riflessi rame,  che non mi ha mai tradita.

“A quanti anni ti sono usciti i capelli bianchi, mamma?”, le ho chiesto l’altro giorno.

“A trentatré”, mi hai detto lei, che ora ne ha poco più di sessanta e ne dimostra meno di cinquanta.

Sta andando meglio a me, ho pensato io, allora, osservando con ammirazione la gestualità di una donna che sa conservare la sua grazia anche stirando una camicia.

Avevo quattordici anni quando ho iniziato a scalpitare per staccarmi da mia madre. Dalle sue cure, che percepivo come attenzioni soffocanti; dal suo rigore, che avrei voluto addolcire col calore, come si fa con i metalli quando si riscaldano a temperature opportune per ridurne la durezza. Dalla sua tristezza ciclica, che sarebbe diventata anche mia crescendo, perché ognuna di noi è governata dalla Luna, la Grande Madre.

Erano i quattordici anni di cui parlava Tiziano Scarpa nel suo bel libro “La cose fondamentali”: un’età per disubbidire, per odiare tutto e tutti, da buon adolescente.

 

E’ tutto un condizionale la nostra storia Mamma, perché io e te siamo state lontane lunghi anni prima di ritrovarci: è avvenuto quando anch’io sono diventata Donna ed ho iniziato a sentirti sorella e non più rivale. Te lo dico come una preghiera, come un’invocazione: tienimi per mano, perché è ora che ne ho più bisogno, anche se ti sembra che io sappia camminare da sola.

Non è bastato diventare giornalista ed ingegnere per imparare la vita, perché lo sai, mi vedi, a volte ancora sbando ed ho necessità di averti accanto.

Tu sai che sono andata via di casa per tornare sempre: io ci sarò sempre, così dannatamente imperfetta come ora, che urlo e sbatto le porte, eppure corro qui, a casa, proprio quando pensi che io possa essere lontana ed inafferrabile.

E’ uno strano gioco della Vita, quello che allontana le madri e le figlie ad un certo punto e poi le fa incontrare di nuovo, quando avrebbero tanto da dirsi eppure custodiscono gelosamente il segreto dentro di sé, restando mute per non sciupare l’incanto.

Le madri e le figlie sanno capirsi con uno sguardo, sanno sorridersi con gli occhi, sanno farsi male con silenzi taglienti. Esce bene solo a noi questa presunzione di cattiveria che poi si stempera in un abbraccio, lasciando alle spalle il macigno delle incomprensioni.

Ed io, Mamma, conto i capelli bianchi insieme ai sogni, e sono più le nostalgie dei sorrisi, ma non importa. Conta che siano qui a ridere di noi, quando c’incontriamo.

Tu a dirmi che sembro una ragazzina quando mi metto le T-shirt, io a esortarti ad andare in palestra, mentre in segreto penso che se io non facessi pilates, swat, walking e piscina, non arriverei mai alla tua età col tuo fisico.

 

Sei forte Rachele, lascia che ti chiami per nome, perché è bello.

Mi piace quando ti fai prendere i giro e mi piacerà anche quando diventerai vecchia come la nonna, che a ottantasette anni suonati è ancora una forza della Natura.

Mi piace quando mi guardi con stupore misto ad ammirazione, perché vado a fare le immersioni mentre il cielo minaccia pioggia, oppure decido di andare in barca a vela fino a Valona.

Mi chiedi di non farlo, però poi mi lasci andare, perché sai che la Vita è solo mia.

Io e te, nate sotto il segno dell’Acquario, il 3 e 4 febbraio, così diverse eppure così uguali, ci siamo ritrovate a piangere di gioia davanti ad una sala operatoria e ci siamo riscoperte madre e figlia nel momento in cui la Vita ci ha messe alla prova.

E’ bello essere Donne!

Con le lavatrici, però, lasciatelo dire, vinco io, perché sono dinamica e veloce ed anche le mie stirature con le mani sono un portento, nonostante tu inorridisca. Take it easy!

Maria Pia Romano

11 maggio 2014

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Maria Pia Romano

Maria Pia Romano è nata a Benevento nel 1976, è iscritta all’Albo dei giornalisti dal 2000. Collabora con testate regionali e nazionali e si occupa di comunicazione pubblica e comunicazione scientifica, uffici stampa e organizzazione di eventi.

Ha all’attivo quattro raccolte di poesie, “Linfa” (LiberArs, 1998), “L’estraneo” (Manni, 2005), “Il funambolo sull’erba blu”, (Besa 2008) e “La settima stella” (Besa 2008) e i romanzi “Onde di Follia” (Besa 2006), “L’anello inutile” (Besa 2011-2012-215), che ha ottenuto le Tre penne di Billy il Vizio di leggere, Rai 1, e finalista Premio Nabokov; “La cura dell’attesa” (Lupo 2013), vincitore Premio Libriamola 2013, Premio Carver, Premio Il Tombolo Città di Cantù e Premio Città di Mesagne, finalista Premio Essere Donna Oggi 2016; e “Dimmi a che serve restare” (Il Grillo editore 2015).

Ha ricevuto riconoscimenti in campo nazionale e internazionale per i suoi lavori. Le sue poesie sono inserite nel Museo della Poesia di Perla Cacciaguerra a Cesa. È stata tradotta da Amina Di Munno e Cassio Junqueira per il festival della letteratura italiana in Brasile del 2011.

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